Ero a conoscenza di Ellis Island, ricordavo di aver letto di questo posto nelle pagine di storia dedicate all’immigrazione italiana negli Stati Uniti d’America dei primi anni del Novecento. Ma non avrei mai immaginato cosa avrebbe significato per me visitarla.
Due giorni dopo l'arrivo a New York, con alcuni dei miei compagni della summer school, ho deciso di andare a Battery Park, a sud di Manhattan, per prendere il battello che attraversa la baia di New York. Destinazione: Liberty Island, casa della Statua della Libertà, ed Ellis Island, sede del museo dell’immigrazione. Durante il tragitto il tempo è trascorso allegramente mentre si chiacchierava delle prime impressioni di New York e si scattava foto con lo sfondo dei grattacieli di Manhattan, che diventavano una bella cartolina della città man mano che il battello si allontanava da essa.
Dopo circa venticinque minuti, siamo giunti ad Ellis Island, un isolotto che tra il 1892 e il 1924 fu sede della frontiera di accesso degli emigranti che arrivavano negli Stati Uniti.
Varcando la soglia del grande edificio principale, non mi ero ancora resa conto di aver attraversato quella che era stata per tante persone l’ingresso ad una nuova vita, ad un mondo di sogni e speranze che non erano riusciti a realizzare nella loro terra d’origine. Accompagnata dai racconti della voce dell’audioguida, sono salita al primo piano dell’edificio. E qui sono stata attraversata da un’emozione incredibile. Mi sono resa conto di trovarmi nella sala dove erano passati in quasi trent'anni circa dodici milioni di immigranti. Quanti italiani avevano lasciato la mia terra ed erano arrivati ad Ellis Island in cerca di fortuna negli Usa? Quante famiglie si erano dovute separare per poter avere la possibilità di continuare a sopravvivere? Mia nonna mi aveva raccontato di alcuni suoi familiari partiti per l'America. Anche loro saranno stati qui - pensavo. Ero impressionata dall’atmosfera che mi circondava. Man mano che avanzavo nella grandissima sala, la sentivo carica di ricordi e testimonianze. Mi sembrava quasi di poter vedere le persone che erano state lì in attesa di sapere se sarebbero riuscite a sbarcare a Manhattan, mi sembrava di sentire l’eco delle loro voci, di avvertire i loro stati d’animo. E l’audioguida ricordava che la prima persona che era arrivata ad Ellis Island era stata una ragazza irlandese di soli quindici anni, Annie Moore “a rosy-cheeked Irish girl” il 2 gennaio 1892. Quel primo giorno, dopo la piccola Annie, ne sarebbero passati altri 700 di immigrati in quella sala.
Ellis Island mi circondava con tutta la sua storia: le stanze delle visite mediche, dove alcuni immigrati sospettati di essere malati erano respinti con un contrassegno di gesso sulla schiena per essere sottoposti ad ulteriori accertamenti, i dormitori, le sale che mostravano foto, documenti e oggetti appartenuti a persone di diverse nazionalità; in particolare c’era un muro, uno dei tanti simboli di Ellis Island, su cui tanti di quelli che avevano transitato in questo posto avevano scritto un pensiero. Idiomi differenti, momenti diversi ma nei pensieri gli stessi sogni, gli stessi sentimenti.
E poi sono giunta al "kissing post", la zona dell’edificio dove gli immigrati che riuscivano ad avere il permesso di ingresso, potevano finalmente riunirsi con i familiari che erano già entrati negli Stati Uniti d’America. Immaginavo le scene di ricongiungimento, dopo anni di separazione, tra genitori e figli, mariti e mogli, nonni e nipoti.
Quando ho ripreso il battello per ritornare a New York, il tragitto del ritorno mi è sembrato diverso. Sentivo di portare con me un pezzo di Ellis Island, delle storie di tutti gli immigrati che erano riusciti ad entrare gli Usa per poter cominciare una nuova vita, delle speranze dei tanti miei connazionali, costretti ad andare via dall’Italia in cerca di fortuna nel nuovo mondo...e per qualche attimo mi è sembrato di guardare i grattacieli di Manhattan con i loro occhi.