New York, 16 dicembre. Prendete uno dei musicisti più apprezzati e amati italiani, affiancategli un chitarrista napoletano di grande talento trapiantato a New York e non dimenticate di coinvolgere la sinuosa musicalità delle percussioni e del contrabasso.
Riuniteli in una sala dell’Istituto Italiano di Cultura di New York a Park Avenue e aspetatte che la musica cominci e vi travolga.
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| Mauro Pagani (Foto di Lorenza Cerbini) |
Il violino e la voce di Mauro Pagani, la chitarra di Marco Cappelli, il contrabasso di Josh Myers e le percussioni di John Hadfield, ci hanno trasportato in un mondo che nel mondo non c’è. Suoni, melodie e tradizioni folk mediterranee, dalla Grecia ai Balcani, da De André a Napoli, dai paesi baschi al nord Africa, sono arrivate a New York per incontrarsi in una terra di mezzo in cui sperimentare la passione per la musica e la voglia di trasmettere suggestioni lontane in una chiave inedita e affascinante.
Improvvisazione e ricerca sono state le linee che hanno permesso, a Pagani e
Cappelli, di tracciare una mappa del Sud da seguire seduti sulle nostre sedie.
La storia personale di Mauro Pagani lo vede protagonista della scena musicale italiana come produttore, musicista – lo ricordiamo negli anni 70 componente della celebre Premiata Forneria Marconi – e collaboratore di importanti artisti, primo fra tutti Fabrizio De André, ma anche Ornella Vanoni, Roberto Vecchioni, Gianna Nannini, Ligabue, Morgan e molti altri. Da qualche mese è una familiare presenza anche nella scena newyorchese. Nella musica e nella chitarra di Marco Cappelli trova un ideale connubio di esperienza e sperimentazione.
Il concerto ha dato spazio ad un tributo speciale a De André, cantato con inevitabile trasporto in genovese. Insieme a lui Pagani due composenel 1984 l’acclamato Creuza de mä.
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| Marco Cappelli (Foto di Lorenza Cerbini) |
Altri brani tracciano invece un percorso inedito della narrativa musicale, attraverso un arrangiamento blues della tradizione mediterranea.
Ruolo importante in questa prospettiva lo assumono le percussioni e il contrabasso, che riescono ad aggiungere allo stesso tempo la ritmica etnica e la morbidezza del blues.
Mauro Pagani ci ha aiutato, con brevi interludi, ad entrare nella poetica e nella
storia delle canzoni che lui e Marco Cappelli hanno scelto di proporre. Soprattutto per quanto riguarda le storie nascoste nel dialetto di De André, sempre così intense e cariche di passione cruda. Storie di marinai, di donne e di fame di vita.
Ascoltando la musica sembrava di vedere i brani nascere lentamente, accendersi nel loro crescere, come se danzassero a piedi nudi sulla sabbia, e con dolcezza terminare, restituiti all’acqua dalle note quieti della notte.
Questo a Manhattan, nella magia di una musica speciale, in un locale pieno di ospiti che ha lasciato in piedi anche diverse persone.