Come ogni primo sabato del mese da quando sono entrata a far parte del gruppo delle “signore ausiliarie” del Club Italiano di Tampa (sembra un sottogruppo delle crocerossine detto così… !) partecipo al solito incontro e sono informata che un gruppo di persone arriverà lunedì mattina a Tampa dall’Italia. Mi dicono che sono otto ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, che stanno facendo un viaggio e che verranno a visitare l’Unione Italiana di Ybor City.
Col tipico fare sbadato di chi ha sempre la testa tra i libri e, nel mio caso, lezioni e traduzioni, lunedì mattina mi avvio per andare all’Unione Italiana e nella mia concentrata distrazione su tutto rifletto tranne che sull’evento cui di lì a poco avrei partecipato.
Arrivo un po’ ansimante al quasi centenario palazzo dell’Unione che, in stile “Rinascimento Italiano e decorato con colonne classiche, rilievi in terracotta e marmi a profusione”, si staglia maestoso all’angolo tra la 7a e la 17a strada, preoccupandomi solo del leggero ritardo che intanto ho accumulato avendo scelto di percorrere la più romantica Bay Shore, godendo così un po’ della vista dei soliti jogger intenti alla loro quotidiana guerra alle calorie, e del sole che sovrasta l’orizzonte staccatosi solo da poche ore dalla linea che unisce il cielo e il mare della baia, e non imboccando, come di solito faccio andando a lavoro, la più spedita Crosstown.
Alcune delle ladies sono già in fase di accoglienza e poste strategicamente ai quattro angoli dell’anticamera dell’Unione si assicurano che la tavola imbandita per l’occasione, e piena di leccornie siciliane e non, non sia messa in subbuglio da mani e gole impazienti; e intanto che con un occhio non perdono di vista la parte più attraente della sala con l’altro vegliano sulla porta d’ingresso, pronte a formare una corona di fiori “viventi” non appena l’ombra di uno di questi giovani italiani si presenterà all’ingresso principale.
M’insinuo con altrettanta tattica tra il groviglio di radar visivi formato dagli occhi attenti delle ladies e riesco a passare dall’atra parte dell’anticamera quasi inosservata.
Da buona siciliana, consapevole della sacralità del cibo esposto sulla tavola, mi assicuro di non far cadere nemmeno uno sguardo distratto sul cibo, tutto voglio tranne far pensare che il mio interesse, in realtà, è di rompere il digiuno, durato sin dall’ultima Festa Italiana, e riassaggiare cosi le prelibatezze di Angela Genco, designata pasticcera di tutte le feste e le riunioni tra gli amici del Club, e comincio ad assaporare con la fantasia le famose “ossa di morto”, i “buccellati”, i “biscotti nuziali” e quei deliziosi dolci ai semi di sesamo le cui origini, “pugliesi e non siciliane!”, come sottolinea Angela, niente hanno da invidiare a tutta la combriccola di carboidrati che ci chiama con insistenza dalla tavola imbandita.
In attesa che il gruppo finalmente arrivi, cercando di trovare un angolo tranquillo della sala dove potrò finalmente ammirare la tavola imbandita senza essere catturata dai quei potenti radar visivi, mi ritrovo vicina a Vince Pardo, promotore e responsabile del gemellaggio tra le città di Tampa e Agrigento e persona, dunque, qualificata a rappresentare l’Unione Italiana in eventi come questo, il quale, da buon siciliano come me, ha trovato il modo di occupare i pensieri golosi sorseggiando una tazza di caffè espresso.
L’odore del caffè risveglia i miei sensi assopiti dai troppi pensieri intellettuali e mi riporta alla realtà: è mattina, il tempo del caffè e quasi come se una delle ladies mi avesse già letto nel pensiero, o forse dovrei dire quasi come se volesse anche lei distrarmi dalla tentazione che i dolci ormai stanno esercitando su tutti i presenti, me ne porge una tazza con un sorriso che immediatamente incontra il mio. La gratitudine è tanta e la mia mente si rilassa e comincia a fantasticare delle estati siciliane e dei tavoli dei bar esposti sulle strade che si offrono ai passanti mattutini come sirene di terra desiderose di dar conforto alle loro membra già rammollite da un sole che non aspetta mai le ore calde per riscaldarsi ma che già picchia e bruciacchia con le prime ore del mattino e che, alleato fedele dei caffè, dei succhi di frutta e delle granite con brioche, spinge dolcemente all’arresa: e allora ci si adagia mollemente sulle sedie, sicuri che da lì a poco si verrà coccolati dal cameriere o dalla cameriera di turno.
Pur essendo una, e non la sola, tra quelli che beve l’espresso con una lentezza paragonabile solo a quella della recita di un mantra, non ci impiego molto a intravedere il fondo della tazzina di caffè, quello basta a risvegliarmi dal sopore in cui sono caduta ritrovandomi di fronte a Tom Keating, Presidente e CEO della Camera di Commercio di Ybor City, il quale mi guarda con un sorriso quasi complice avendo, forse, anche lui intuito un po’ della mia assenza temporanea dal “presente”.
Gli sono stata presentata qualche settimana

addietro e, benché non mi aspetti che possa ricordarsi di me, lui, invece, sembra riconoscermi. Deve averlo colpito il fatto di aver saputo che ho aperto una scuola, la prima “Scuola Italiana di Tampa”, e adesso mi guarda sorridente, lasciando a me la decisione di fare la prima mossa e invitarlo a conversare.
Saluto con una professionale e mascolina stretta di mano e scambiamo quattro chiacchiere. Gli chiedo come vanno le cose alla Camera di Commercio e quando potrò avere l’opportunità di fargli visita e di partecipare a uno dei loro incontri mensili e l’occasione vuole che ci sia già un pranzo in programma per l’indomani. Lui m’invita ed io non perdo tempo e rispondo che sicuramente mi vedrà arrivare l’indomani puntuale alle 11:45 al ristorante “La Colombia” e che non avrei sicuramente perso quest’occasione per farmi conoscere da tutti gli uomini e le donne d’affari che avrebbero partecipato al pranzo.
D’un tratto qualcuno fa cenno a tutti gli altri, una macchina si è fermata davanti all’Unione Italiana: ne scendono otto persone in pantaloni bianchi e maglietta, tutti vestiti uguali. Mi viene da pensare ai Capoeristi, i praticanti della Capoeira, l’arte marziale brasiliana in voga al momento e portata a conoscenza del grande pubblico dal film “Ocean’s 13”; qualcuno direbbe piuttosto che somigliano a infermieri, tutti sudati e con i capelli arruffati, quasi come alla fine di un turno di lavoro.
La sala si riempie d’improvviso e, con un intreccio di mani e saluti, ci si comincia a scambiare i soliti: “Ciao… io sono… tu come ti chiami?”. E un ventaglio di gente si forma intorno a loro. Io mi piazzo in una zona intermedia, e aspetto che gli occhi inquisitori dei presenti che non parlano italiano mi guardino con una silenziosa richiesta di aiuto....
Fine Prima Parte
Alla prossima settimana!