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Parlando di Unità d'Italia con Giuliano Amato

Letizia Airos, Alice Bonvicini, Marcello De Marco (March 1, 2011)
Foto in pagina di Cesare Baccheschi

i-Italy ha incontrato l'ex Presidente del Consiglio e attuale Presidente del Comitato Nazionale per i 150 anni dell'Unità d'Italia nel suo appartamento a New York. La generosa intervista spazia dall'emigrazione all'economia, dalla storia alla politica.
Abbiamo realizzato un video. La pubblichiamo in integrale per iscritto

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Andiamo a trovare Giuliano Amato nel suo piccolo appartamento a Manhattan. Siamo in tanti per lo spazio e per questo forse  l’intervista si trasforma in una conversazione, quasi tra amici, nonostante temi piuttosto impegnativi

UNITA`D'ITALIA ALL'ESTERO


Cosa vuol dire parlare di Unità d'Italia all'estero?

 

Parlare dell'Unità d'Italia fuori d'Italia serve comunque a dare il senso di una forza italiana, non dimentichiamo che, per i grandi Paesi, il giorno in cui si ricorda l'Unità e l'Indipendenza Nazionale, è un giorno che serve a dimostrare lo "standing" del Paese. Il 4 luglio è un giorno in cui l'America si alza in piedi e fa vedere quanto è alta. E il 14 luglio è un giorno in cui la Francia fa la stessa cosa.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Hanno un valore speciale per gli italiani che hanno lasciato l'Italia o i cui genitori o i cui nonni lasciarono l'Italia anni addietro. Perché? Perché sono italiani che all'Italia sono rimasti legati. Sarà vero che l'Italia è fin troppo generosa nel dare il suo passaporto o la sua cittadinanza a pronipoti che, a volte, non hanno alcun interesse per il Paese ma solo per un passaporto che permette di girare tranquillamente l'Europa, in chiave Schengen. È anche vero che moltissimi se la sentono dentro, l'Italia, come un bene a cui sono affezionati,  in qualche modo perduto.

 

Ora, è un rapporto delicato quello tra questi italiani [emigrati] e l'Italia che 150 anni dopo celebriamo, perché quella era un'Italia che si era unificata, ma evidentemente non si era unificata abbastanza da far posto a loro. Questi italiani dovettero andare a cercare il loro futuro da qualche altra parte. Il cammino della speranza andava fuori d'Italia.

 

Ci si trova dunque a dialogare con coloro che hanno lasciato l’Italia tradendola, e che tuttavia ne sono rimasti innamorati. Ora si tratta di rivedere criticamente questa Italia, e anche di dare agli Italiani conto delle loro ragioni. Occorre anche di dare un senso all'amore che per loro è rimasto nei confronti di questo Paese, di far loro cogliere i lati positivi, i problemi ancora aperti e l'importanza del loro stesso sentimento di identità nazionale, affinchè la credibilità del Paese venga accresciuta.


UNITA' D'ITALIA E I GIOVANI

 

Questo terzo anniversario cade in un periodo non facile per il nostro paese. I giovani sentono parlare  molto di Unità d'Italia in questo periodo. Ci sono diverse celebrazioni ma  anche tanta inutile retorica.  Invece forse basterebbe raccontare le storie delle persone che hanno fatto l'Italia.  l'Unità d'Italia è nata proprio grazie ai giovani di allora…

 

Se i giovani spesso non conoscono i dettagli dell’Unità è colpa dei monumenti, della retorica patria. In un sito ufficiale non vi è modo di vedere un Garibaldi e un Mazzini senza barba bianca e a cavallo. Ma in verità Mazzini era un giovanotto di cui si innamoravano donne in qualunque parte d'Europa andasse. Un affascinante italiano, con un affascinante sorriso e mani che pare fossero molto belle. Mameli, come ha detto Benigni, era minorenne quando scrisse l'inno. I fratelli Bandiera quando morirono avevano tra i 20 e i 30 anni. Pisacane era un ragazzo quando iniziò a fare le sue prime uscite nel ’48 e si spense che era ancora giovane. Fu un’avventura per dei giovani che scommisero sul loro Paese, sul futuro del loro Paese.

 

Oggi per un giovane italiano può essere difficile puntare sul futuro del proprio Paese. Anche in questo caso è importante vivere questo anniversario senza retorica, mettendo in luce ciò che noi sappiamo fare ma anche il fatto che evidentemente facciamo assai meno di quanto potremmo. In effetti un giovane quanto più è qualificato tanto più va a cercare un lavoro adatto alla sua alta preparazione all’estero, non in Italia. Le ragioni di questo sono ben chiare. Noi abbiamo una struttura industriale e di servizi che è, come tutti sanno, costituita in misura elevata e preponderante da piccolissime unità produttive. Non c'è in queste unità nè la mansione nè la capacità di retribuire che corrisponde alla qualità della preparazione che il Paese offre. Quando noi constatiamo che i nostri giovani più preparati sono quelli che più facilmente se ne vanno, e poi magari trovano delle ottime collocazioni fuori, stiamo parlando male e anche bene. Ne parliamo male in quanto è chiaro che non offre un posto di lavoro per questi ragazzi; ne parliamo bene perché evidentemente ha un sistema educativo che li sa formare in modo tale che quando si trovano all’estero sono altamente competitivi. Certo, poi rimangono all’estero e questo è un problema. Ricordare a questi giovani che dei loro coetanei, 150 anni fa, hanno fatto una cosa così stravagante, potrebbe anche servire per convincerli.

 

"Proviamoci anche noi a vedere se riusciamo a cambiare l'Italia di oggi se, e questa è la mia convinzione, le restituiamo il futuro, visto che poi un pò di quel futuro siamo noi”.


RESTITUIRE IL FUTURO ALL'ITALIA

 

Come si fa a restituire il futuro all'Italia?

 

Ci possono essere modi diversi, intanto restituendole la consapevolezza di ciò che tuttora sa fare. Ancora oggi se si chiede all'italiano medio: "Che cosa sa fare l'Italia?" la risposta è: "sa fare dell'ottima cucina". Lo so da ricerche che sono state fatte proprio in occasione del 150esimo. È vero che sappiamo fare dell'ottima cucina e abbiamo battuto la Francia 3 - 0 non solo ai Campionati del Mondo di 5 anni fa, ma anche nel mercato dei ristoranti di questo Paese [gli Stati Uniti]. Quando io abitavo qui, parecchi anni fa, i ristoranti italiani erano le trattorie per noi, dove andare a mangiare gli spaghetti. I ristoranti di qualità erano quelli francesi. Ora non dico che i ristoranti francesi siano diventati trattorie di paese, ma di sicuro i ristoranti di qualità sono gli italiani. Tuttavia gli italiani non sanno soltanto fare dell'ottima ristorazione. Oggi i Paesi che stanno emergendo (i Paesi asiatici, ormai emersi, i Paesi africani, in cui l'economia ha cominciato a crescere, i Paesi latino-americani a partire dal Brasile che sta diventando finalmente il gigantone che si aspettava che arrivasse da quando ero piccolo io) importano prima ancora che beni tedeschi, beni strumentali, utensileria e macchinari di produzione italiana. Noi non facciamo solo pizza, abiti per signore e Ferrari per signori. Noi siamo, nella produzione industriale, quello che è giusto che siamo: tra i primi Paesi del mondo. Naturalmente non tutta l'Italia è così. Le imprese che riescono a esportare sono poche rispetto alle migliaia e migliaia di imprese troppo piccole che se la cavano avendo il geometra e il ragioniere e se arriva uno col Ph. D. gli dicono "ma cos'è sto Ph. D.?".

 

È dunque ovvio come proprio non tiri aria per questi specialisti. Inoltre la capacità che abbiamo noi italiani di combinare cultura e produzione di beni è unica al mondo. Di conseguenza, la nostra qualità produttiva può essere applicata ad una miriade di prodotti che vanno dal prodotto industriale al tipo di mele coltivate nell'Italia del nord, al design applicato alla pasta che si mangia, alla tipologia dell'abbigliamento, alla furniture per appartamenti e così via. Noi siamo in grado di fare meglio ciò che altri fanno discretamente. Io consiglio agli italiani a New York di andare a vedere, se non l'hanno ancora vista, la mostra che c'è per qualche settimana al Metropolitan Museum sui liutai italiani. La produzione italiana di chitarre e mandolini parte dal ‘500, si concentra nell'Italia del Nord, si estende a Napoli e poi si trasferisce qua, e  si combina col Jazz. Noi abbiamo dei grandi artisti e artigiani che sono arrivati a produrre anche questo: sono tante le cose che sappiamo fare. Ci vuole una spinta maggiore, questo è il punto! L'Italia  è un Paese che si è seduto su se stesso ma ha virtù molto maggiori più di quanto sappia di avere.
 

 
SUB-IDENTITA' ED ESSERE ITALIANI

Abbiamo ormati tante sub-identità oltre che a quelle tradizionalmente regionali. Secondo lei, ci sono oggi dei valori fondamentali in i cui giovani, soprattutto all'estero, si possono riconoscere e identificare in quanto italiani?

 

Bisogna tener presente che le sub-identità, ad esempio le identità regionali, sono identità non cancellabili. Non ci si deve ritenere colpevoli se ci si sente friulani o toscani: “Ma io sono italiano, mea culpa, mea massima culpa, mi sento invece piuttosto Toscano”. Viviamo in un tempo di multilayered identities, il che significa che ciascuno di noi porta dentro di sè più indentità.

 

È importante lo sviluppo in noi stessi di un’identità europea, che comunque nessuno pensa che possa sostituire l'identità nazionale, che è uno dei layers delle nostre identities. Carlo Azeglio Ciampi, ex presidente della Repubblica, in uno dei suoi ultimi libri che trattava del valore della Nazione, ha esposto molto bene che uno deve essere conscio dei propri layers, la propria appartenenza.

 

Nel suo caso la dimensione è al contempo livornese, toscana, italiana, europea. Il problema che è sorto ora in Italia è che l'identità regionale, in alcuni casi, è un'identità che sembra prendere il posto di quella nazionale. Sembra essere preferita rispetto a quella nazionale. È un pò quello che sta accadendo in Belgio: da qualche tempo sui giornali si legge delle Airlines che reclamizzano i loro lowcost flights per Bruxelles scrivendo "vieni a Bruxelles, vieni in Vallonia". Non scrivono “vieni in Belgio”. La parola Belgio è scomparsa, ed è apparso il nome della regione. Io spero che nessuno abbia in mente una cosa del genere in Italia - ma non lo escludo. Alla base di questo atteggiamento c'è il venir meno della fiducia in un futuro comune di tutti gli Italiani. Il vero collante che tiene insieme le identità superiori e quelle locali è la fiducia che si ha nel poter avere un futuro insieme.

 

A me è capitato di spiegare che il passato non è un dato oggettivo. Il passato è come un grande store dal quale siamo noi a decidere cosa trarre, sulla base dell'idea del futuro che vogliamo: se vogliamo un futuro di unità, vi traiamo fatti, eroi, tradizioni che parlano di unità; se invece vogliamo la divisione consideriamo passati diversi per coloro che vogliamo divisi. E’ da qui che nasce la ricerca nel Nord Italia di antenati celtici.

 

Una cosa che è pateticamente infondata, ma evidentemente esprime la voglia di sentirsi diversi, di avere un futuro proprio. Si tratta di vincere questa propensione a separarsi utilizzando non la retorica delle odi ottocentesche che oggi non ci servono più, anche se allora possono essere serviti, ma utilizzando argomenti razionali che portino a capire che nel mondo nel quale oggi viviamo, quanto più riduciamo l’orizzonte delle nostre identità, tanto meno siamo destinati a contare ed avere spazio. Di conseguenza, è un errore perdere la propria identità locale, che rimane un ingrediente della nostra personalità. Bisogna essere consapevoli che nel mondo di oggi e di domani, in cui c'è un altissimo grado di interdipendenza, in cui i capitali prima ancora delle persone si muovono senza confini,  quanto più si è piccoli tanto più si è soggetti agli altri. L’Europa, a meno che non riesca ad essere rafforzata, è già una dimensione medio piccola rispetto al mondo nel quale siamo entrati. Un tempo riuscivamo a svettare approfittando della condizione di dei paesi sottosviluppati, ma ora che molti di questi paesi cominciano a crescere e ad uscire dalla povertà i pesi relativi cambiano.

 

Il nostro problema diventa, dunque, avere una dimensione adeguata e, quindi, coltivare i tratti identitari comuni che ci permettono di essere un’entità capace di dialogare con le altre. Supponiamo che si intenda smembrare l'Italia. Allora ciascuno si riprende i suoi ciottolini, come si diceva in Toscana quand’ero piccolo, allora i padani si riprendono i loro ciottolini e i meridionali ritornano borbonici. C’è qualcuno a cui questo piacerebbe. Ma l'effetto sarebbe di scomparsa. Avrebbero una grande soddisfazione, potrebbero tornare a parlare in dialetto, ma lo farebbero tra di loro e cesserebbero di essere compresi; quindi si chiuderebbero nei loro piccoli mondi antichi, avrebbero una grande soddisfazione di essere eguali tra eguali ma nel mondo diventerebbero delle piccole schegge. Ecco, questo è un punto chiave. Certo, ci dobbiamo chiedere: siamo in grado come italiani di fare qualcosa insieme? Di dimostrazioni ne abbiamo tante, dobbiamo ritrovare il gusto di farlo. Qualcuno deve aiutarci a ritrovare il gusto di farlo.

 

Di solito ci si aspetta che la politica sia, almeno un po’, questo “qualcuno”. Il difetto della politica oggi è che è una politica senza futuro, è una politica che ha contrapposizioni tutte nell’orizzonte del presente e che ha consegnato l’Italia ad un presente senza futuro e ovviamente, allora, ciascuno guarda al suo passato, che vuol dire diversità. Fare a meno della politica non è possibile, questa è una grande illusione. Per far funzionare una società, direbbero gli economisti, ci sono costi di transazione che noi non possiamo affrontare da soli, o semplicemente costerebbe molto. Ci vuole questa terza figura che riduce i costi di transazione tra di noi.

 

Dobbiamo avere una politica migliore. Però, si arriva al giorno topico dell’anniversario del 150esimo, che è il 17 marzo, cerchiamo almeno di non litigare sul modo di celebrare questo unico giorno in 150 anni in cui celebriamo l’Unità d’Italia. Invece riusciamo a litigare anche su questo. Questo è addirittura terrificante, io ho provato a dire: “Quello che conta qui è che siamo tutti d’accordo, scegliete quello che scegliete, noi troviamo il modo di celebrarlo comunque, quindi va bene l’una, va bene l’altra, noi lo celebreremo”. Il governo ha adottato una decisione, un quarto d’ora dopo membri dello stesso governo hanno cominciato a dire che non andava bene.

Allora un povero italiano dice: “Bè insomma!”

 

Noi abbiamo appunto la capacità di dividerci, anche in un solo giorno, quindi ancor di più a dividerci su un ideale, che è un concetto indeterminato, che può essere condiviso come lemma. Ma poi ciascuno scrive i contenuti del lemma in modo diverso da un altro. Insomma, esiste la giustizia ed esiste la giustizia giusta, che pare sia una cosa profondamente diversa dalla giustizia. Esiste la democrazia ed esiste la vera democrazia. Potrei andare avanti così citando esempi reali, queste sono locuzioni che sto inventando sul momento.

 

Ci sono però alcuni temi su cui gli italiani sono profondamente d’accordo: si pensi al tema del rispetto di ciascuno. Noi italiani siamo profondamente uguali davanti ai rischi: “io sono pronto a rischiare per te se tu sei vittima ingiusta di qualcosa di ingiusto” Questo è profondamente italiano. Le leggi razziali in Italia riuscirono a realizzare forse la metà dello scopo nefando che avevano, molti vennero presi, e dai binari 19 e 21 della stazione di Milano instradati verso i campi di concentramento; ma molti trovarono ospitalità nascosta in case di altri italiani che non li conoscevano e che, saputa della loro situazione, entrarono a far parte del mondo dei giusti, come Israele ha cominciato a chiamare coloro che hanno rischiato per altri. Ci sono sentimenti di solidarietà collettiva contro il sopruso, che sono i sentimenti su cui a mio avviso si è nel profondo intessuta l’identità nazionale degli italiani, abituati ad essere nei secoli attraversati da “soldataglie” nemiche che passavano facendo razzie, stuprando donne e bambini e commettendo qualunque genere di non controllata cattiveria. Gli italiani hanno maturato fra di loro l’atteggiamento di solidarietà tra le vittime attuali o potenziali di guai che possono arrivare, il che li ha molto aiutati a trovare il coraggio di uscire dai momenti difficili. Quando un ragazzo o una ragazza mi chiede: “Perché l’orgoglio di essere italiani?”, allora  suggerisco di vedere la Grande Guerra di Mario Monicelli, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman nel ruolo di due soldati italiani dipinti inizialmente come si suole dipingere gli italiani, tendenzialmente un po’ vigliacchi, che se possibile cercano di cavarsela individualisticamente e che infatti lasciano la compagnia e vanno a dormire in un cascinale per vedere poi la mattina dopo che cosa fare. Mentre dormono il cascinale viene occupato dagli austriaci: l’ufficiale dà loro la sveglia brutalmente,  con palese disprezzo e chiede loro di dirgli dove è il resto della compagnia, aspettandosi che pur di essere liberati  tradiranno i loro compagni. Loro si rifiutano di parlare e allora lui li insulta. A quel punto reagiscono e l’austriaco li fa fucilare. L’italiano che vede questo film ha lo stesso scatto di orgoglio che hanno Sordi e Gassman e che passano dalla condizione dello stereotipo del vile alla condizione di chi sa anche morire per difendere la sua dignità, che è una qualità a cui gli italiani tengono perché sanno di avere doti che spesso lo stereotipo dell’italiano cancella. Quest'immagine dell'italiano cheap è spesso messa da noi in circolazione e quindi è presa per buona dagli altri.

Un altro film da vedere è il Generale della Rovere, un vecchio film di De Sica, che racconta di un italiano che durante la guerra si fa passare per il generale della Rovere, non essendolo, per sopravvivere; siamo nell’Italia occupata dai nazisti nella Seconda Guerra Mondiale. Utilizza questa identità anche per fare ponte con i tedeschi; poi quando capisce come si mettono le cose si rifiuta di fornire ai tedeschi le informazioni che loro vogliono da lui e, avendo ricevuto un messaggio della moglie del generale Della Rovere che è convinta che suo marito sia davvero lì in quel carcere, le risponde salutandola per l’ultima volta. Ecco, è lo stesso fatto: l’italiano stereotipo del negativo, che quando la dignità è in gioco fa scattar fuori l’italiano vero che questa dignità la difende.

 

E’ da quando ho cominciato ad occuparmi di questo tema mesi fa che parlo di una nazione incompiuta e la prima ragione di questa incompiutezza è la mancata unificazione economica tra Nord e Sud, che non deve essere una questione così piccola se ce la stiamo trascinando da 150 anni e cioè da quando l’unità d’Italia venne proclamanta e si ebbe un’inversione della tendenza. Così come si è svolta l’intera unificazione –l’impresa dei mille, l’estensione dell’ordinamento piemontese a tutta l’Italia -dà la sensazione che il Sud sia stato oggetto dell’unificazione, come una sorta di extension di un processo iniziato e svoltosi altrove; si tratta di una spaventosa mistificazione storica, perché in realtà le idee, le visioni, le rivolte che hanno caratterizzato le incubatrici dell’Italia sono largamente meridionali. I primi moti contro la discesa di Napoleone in Italia interessarono Napoli, Palermo, la Calabria non meno che la Repubblica Cisalpina ed il resto del Nord. Grandi figure intellettuali e politiche che poi avrebbero significato molto per il Risorgimento sono quelle meridionali. Io ho un affetto particolare per la Repubblica Napoletana sfortunatissima del ‘99 con Eleonara Defonseca, Vincenzo Cuoco, Pagano etc. Poi, il Sud non è stato portato in Italia dai bergamaschi e dagli altri che facevano parte dei Mille, certo sono stati essenziali, ma se non ci fossero state rivolte locali con migliaia di uomini e donne che si unirono ai mille del Sud, i mille non sarebbero riusciti a vincere le battaglie che hanno vinto e a portare il sud verso il regno d’Italia.
 

Ci sono poi delle sacche di resistenza, il sistema Italia si crea inizialmente estendendo uomini, leggi ed ordinamenti del Nord al Sud e c’è una specie di clash, di mismatch autentico fatto di incomprensioni, tensioni e il Sud comincia a sentirsi vittima del Nord e il Nord comincia a sentire il Sud come un peso. Se leggiamo ciò che scrivevano i primi ufficiali o altri funzionari che arrivavano al Sud, dicevano cose che oggi sarebbero ritenute razziste e portare addirittura in giudizio penale. Quindi c’è stata una fortissima dose di incomprensione e si sono scavati degli abissi che hanno messo in luce il buono e il cattivo del Sud e del Nord.

In un lavoro che ho fatto tempo fa ho enunciato una decina di versi, ciascuno con il suo peso, della questione meridionale: dalle incomprensioni della storia precedente, una storia di civiltà comunali al Nord e una di centralizzazione e statalismo al Sud, che aveva formato classi dirigenti completamente diverse: al nord e al centro si era creata una forte propensione all’auto-responsabilità e al Sud invece i dirigenti locali erano dipendenti comunque da una autorità centrale e meno capaci di sollecitare la responsabilità della vita locale; la criminalità organizzata che via via che quello stato centrale si era indebolito emergeva nel Sud e nel locale non era cresciuta una capacità di governo era diventata una vera e propria struttura di governo, questa è la drammatica verità e che via via che il Regno d’Italia ha affiancato delle strutture di governo vere queste sono rimaste affianco e hanno cercato di infiltrare; la debolezza del ceto industriale settentrionale, che anziché diffondere se stesso ha patteggiato con i latifondisti per garantire la sua prima esistenza ai tempi delle prime tariffe doganali di Crispi. Ci sono tantissime cose che si sono susseguite, il fatto che si sono effettuate delle politiche autenticamente sbagliate spendendo molti soldi con un ottimo lavoro fatto dalla Cassa del Mezzogiorno nei suoi primi anni al quale non è seguita poi la creazione di entità economiche capaci.

 

La corruzione che ha contribuito pesantemente a disperdere tutti i soldi che avevamo messo nell’incentivazione di attività industriali. Quanti capannoni sono stati costruiti con i soldi dei contribuenti e, una volta incassati questi, l’impresa non è mai nata ed è rimasto il capannone. Quanti raccordi sono stati fatti per autostrade che non ci sono e sono rimasti come moncherini! È un fatto che la Salerno-Reggio Calabria ci stia mettendo più dei tempi narrati dalla Bibbia per essere finita. L’errore è stato non aver avuto la forza e l’energia per cambiare la situazione nei momenti, che non capitano tutti i giorni, un cui lo si poteva fare.


TERRONI E UNITA' D'ITALIA

 

C’è un libro in Italia che ha riscosso un grande successo di lettori, Terroni di Pino Aprile. Le sue tesi sono piuttosto ardite. Cosa ne pensa?

 

È il fronte dei neo-borbonici, che sono simmetrici ai celti.

 

Certo ci sono cose che molti italiani non sanno neppure perché è verissimo che la storia d’Italia è stata la classica storia dei vincitori che raccontano la propria visione dei fatti. L’autore di questo libro ha torto in termini di storia economica quando riprende le tesi di Francesco Saverio Nitti secondo le quali l’unificazione ha impoverito il Sud e l’ha costretto a chiudere le sue fabbriche. Siccome andavamo verso mercati comunque più larghi e più aperti, quelle fabbriche erano destinate a perdere perché non competitive. Erano tenute in vita dalle commesse pubbliche e dalle protezioni doganali. Appena queste sono venute meno si sono trovate in grave difficoltà. Non erano sufficientemente vitali rispetto ai nascenti mercati europei. Il Sud era, quando l’Italia è nata, già più arretrato del Nord. L’Italia unita ha avuto il torto di non rimuovere questa arretratezza, non di averla creata. Questo deve essere assolutamente chiaro. Tutta la storia economica del nostro tempo ha smentito la tesi emotivamente forte di Nitti. Terroni tuttavia racconta delle cose vere sul piano del conflitto che si aprì tra Nord e Sud quando, subito dopo l’Unità, partì la lotta al brigantaggio. Ecco: storicamente il brigantaggio ha torto, ma avevano ragione coloro che furono ingiuste vittime della lotta al brigantaggio. Alcuni non erano briganti, ma ufficiali e soldati di un nobilissimo esercito quale l’esercito borbonico che si erano trovati sbandati dopo il loro 8 settembre.  In quanto militari sbandati, furono assimilati ai briganti e se non passati direttamente per le armi, scaraventati in quelle fortezze del Nord senza processo: una Guantanamo ante litteram. Altri furono vittime civili. L’episodio con il quale il libro inizia è un episodio vero. Oggi ho ripetutamente sostenuto che le celebrazioni del 150enario devono dare atto a Ponte Landolfo, che è una rappresaglia che fecere i bersaglieri: 400 civili passati per le armi perché 10 bersaglieri erano stati uccisi in prossimità del paese. Questa è una vergogna di cui l’Italia deve in qualche modo chiedere scusa a se stessa e al paese in cui avvenne. Il tempo giusto [per cambiare la situazione] a questo punto è ora. Non riconoscere queste situazioni serve solo ad alimentare un risentimento che aiuta chi contrasta l’identità nazionale.


MIGRAZIONI DI IERI E DI OGGI

 

Con l’unità d’Italia sono cominciati i flussi migratori. Oggi abbiamo la fuga di talenti e al tempo stesso una grossa presenza di stranieri in Italia. Come si può arricchire l’Italia attraverso l’emigrazione?

 

Si può arricchire se lo vuole. Intanto è importante per noi nel 150esimo anno vedere che nei 50 anni passati dall’ultima celebrazione del ’61, l’Italia ha rovesciato la propria posizione. Nel ’61 era un paese di emigranti, un paese dal quale si andava via perché evidentemente l’affidabilità dello sviluppo futuro interno non era ritenuta sufficiente da molte famiglie per garantire il loro futuro. Quelli furono gli anni in cui migliaia di italiani  se ne andarono in Australia, bellissimo paese fra l’altro, io lo farei oggi se non avessi raggiunto un’età che sconsiglia di cominciare nuove vite altrove. Fino agli anni ‘70  l’Italia è stata un paese di emigrazione, poi ha cessato di esserlo. Ed è cominciato il flusso inverso.  Questo di sicuro significa una cosa: nell’insieme l’Italia era arrivata a quelle condizioni di sviluppo che danno alla maggior parte dei suoi cittadini, soprattutto ai più deboli, la ragionevole certezza che è meglio rimanere, che qui “c’è qualcosa anche per me”. L’opposto di ciò che era accaduto quando erano i nostri nonni che vendevano il materasso e la rete per avere i pochi soldi necessari a fare il biglietto sulla Vulcania e la Saturnia. 

Oggi non più. I nostri emigrati sono, in ragione della struttura di questa economia più forte italiana, quelli più preparati. Quindi non i deboli, ma quelli, in termini di qualificazione, potenzialmente più forti, tanto forti che questo paese che io ho scritto, e mi permetto di citarmi, “è un paese mediano”, non è ancora in grado di soddisfare corrispondendo  con posti di lavoro alla loro altezza, alla loro offerta. Comunque, salvo questa parte altamente qualificata, siamo un paese che riceve immigrazione più che dare emigrazione, il che evidentemente ci ha arricchito prima di tutto di bambini, cosa fondamentale per un paese. Noi stavamo scivolando progressivamente dai 60 milioni a cui eravamo arrivati verso i 55. Grazie all’immigrazione negli ultimi 3 anni siamo risaliti sopra i 60. Tutti questi bambinelli di vari colori ormai rappresentano secondo me una festosa e variegata presenza nelle nostre scuole. Ci siamo arricchiti da una parte perché la nostra economia si avvale di una quantità di lavoratori non italiani, dall’altra perché la nostra stessa imprenditoria è stata rinvigorita dai tanti immigrati che anziché venire a fare i lavoratori indipendenti o i raccoglitori di pomodori, hanno aperto piccole imprese in Italia e sono ormai migliaia e migliaia.
 

Questo arricchimento può diventare un impoverimento se al crescere del numero delle famiglie immigrate non si accompagnano politiche attive di integrazione che rimuovono le diffidenze che, soprattutto nei ceti meno qualificati, meno istruiti, più incerti di sé, si determinano in ogni paese ogni volta che si mettono insieme i diversi, che non si capiscono, che hanno abitudini diverse, che diffidano un po’ gli uni degli altri e che solo se accompagnati da politiche integrative riescono a superare questa fase. Inoltre c’è la questione musulmana che viene strumentalmente agitata da entrambi i fronti con il risultato di riuscire a confondere cose profondamente diverse come l’arretratezza e la religione.

Questa confusione crea ragionamenti del tipo "I musulmani trattano le donne come noi non le trattiamo e quindi vuol dire che i musulmani hanno una religione che è una vergogna". Io provo a replicare: io sono di origini siciliane e i miei nonni trattavano le donne esattamente nello stesso modo [dei musulmani], ma nella Sicilia di ottanta anni fa non mi risulta che fossero musulmani. È tipico delle società arretrate avere quello schema di rapporto familiare. Si confonde l’Islam con l’integralismo islamico. Allora io dovrei ritenere che i cristiani sono tutti come quei pazzi di evangelici che ci sono negli Stati Uniti. Si confonde la religione musulmana con il terrorismo di Al Qaida. Tutto questo impasto di cose naturalmente possono concorrere a creare una dose di conflittualità; io spero, e credo, che queste cose siano destinate ad essere superate perché hanno una forte valenza politica ma anche una tale intensità di stupidità che alla fine l’intelligenza degli esseri umani è portata a superarle. Basta dire che quando dopo un po’ ci si conosce i pregiudizi cadono: allora favorire questa conoscenza personale lascia poi agli stereotipi ansiogeni dei media il tempo che trovano.


STRANIERI IN ITALIA ED IDENTITA' NAZIONALE. DOPPIE CITTADINANZE

 
Ci sono moltissimi cittadini stranieri che sentono molto forte l’appartenenza all’Italia.  In qualche modo ricordano gli italiani che sono qui. Hanno questo fortissimo rapporto con l’Italia ma che al tempo stesso si sentono cittadini americani.

 

Spesso sono più preparati degli italiani medi perché si fa l’esame di lingua a chi arriva e non a chi c’è già e in genere capita che chi arriva di lingue a quel punto della vita ne sa già due o tre. Mentre chi c’è già spesso sa solo quella lingua un po’ troglodita che ci si è scambiati da giovani scambiandosi sms ed altri strumenti che si caratterizzano per un lessico rudimentale. Inoltre gli si fa imparare la storia per dare prova di integrazione, in realtà qui è dove noi siamo più indietro perché la dual citizenship, l’appartenenza a due comunità nazionali, è una caratteristica quasi naturale per moltissime persone ma noi siamo molti sospettosi di questo status. Con la nostra legge sulla cittadinanza noi diamo la cittadinanza italiana, e io di questo non mi lamento, a giovani italiani che non hanno visto e non vedranno mai l’Italia, e la neghiamo a questi bambini che sono arrivati in fasce in Italia, hanno già fatto qui metà del loro corso di studi e sono in realtà completamente italiani.


LINGUA ITALIANA COME FATTORE DI UNITA'

 

Non esiste niente di più bello che sentire questi bambini stranieri che parlano fra di loro e parlano un italiano perfetto...

 

La lingua italiana oggi è un grande fattore di unità. Noi la celebriamo come il patrimonio storico su cui l’Italia fu fondata ma qui un po’ esageriamo. È veramente straordinaria la continuità della lingua italiana dal primo trecento all’ottocento, novecento. Però è stata un patrimonio elitario per tutti quei secoli, è stata la lingua scritta degli artisti, non delle persone normali. Questo non si dovrebbe dire ma il 17 marzo 1861 il Presidente del Consiglio dell’appena nato Regno di Italia scrisse una lettera a Massimo d’Azeglio per esprimere la soddisfazione per l’Italia che ora si alzava nel mondo, e quella lettera è scritta in francese. E altri parlavano in dialetto. La bellezza dell’Italia nata è stata che ha tolto dallo scrigno dove c’erano Petrarca, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Ariosto, Tasso, i gioielli dell’italiano e lo ha reso lingua sempre più parlata da tutti. Questo è stato uno straordinario fatto di italianità, ma il vero ruolo della lingua italiana oggi è quello di essere diventata la lingua di chi è venuto da fuori e di essere diventata la lingua di tutti gli italiani. Da questo punto di vista, sempre per rimanere alle citazioni cinematografiche, l’unificazione dovuta alla lingua si è compiuta quando arrivarono a Milano "Rocco e i suoi fratelli" cioè alla fine degli anni '50 e '60 del novecento. Arrivarono dal profondo sud, cominciarono a parlare tutti la stessa lingua sia pure con accenti  diversi e da allora, piaccia o no a chi ama cercare nel Pò degli antenati celtici che non ha, sono tanti i sindaci settentrionali che parlano italiano con accento calabrese e siciliano.

 

E c’è un grande bisogno di lingua italiana, anche dall’estero.

 

Si, questo è un aspetto legato ad una caratteristica molto italiana che è quella di essere non solo " o’ paes’ d’o mar e d’o sol ', ma anche il paese della cultura. Anni fa ci fu qui una bella mostra sull’Italia, io ero molto giovane. L’Italia è bella perché è stata plasmata non dalla natura ma dagli italiani;  il titolo della mostra era: “Italy, a country shaped by men”. Attraverso la loro cultura. E questo ovviamente ha nella lingua uno strumento principe ed il bello dell’interesse per l’italiano è che non è un interesse professionale: “Imparo l’italiano, così vado a far soldi con la mia law firm in Italia”. Magari c’è chi lo fa per questo, ma sono pochi. L’italiano viene scelto perché così posso leggere in italiano le opere italiane e posso farsi capire dagli italiani e questo è un grande apprezzamento che viene fatto all’Italia, di cui siamo talmente poco consapevoli che all’insegnamento dell’italiano all’estero destiniamo un decimo dei soldi destinati dai francesi ma siamo tanto bravi che nonostante ciò siamo meglio dei francesi.


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