Quello di Karol Wojtyla è stato un processo di beatificazione impegnativo, a cui ha collaborato anche un gruppo di teologi critici europei e sudamericani che hanno analizzato in maniera capillare l’opera del Papa evidenziandone ogni aspetto, e soprattutto i punti negativi del suo pontificato, quelli che avrebbero potuto inficiare la beatificazione: la repressione della teologia della liberazione, l’isolamento intorno al
vescovo Oscar Romero, la condanna dei teologi che cercavano nuovi approcci alle questioni della sessualità, del celibato, del ruolo della donna nella Chiesa, il rinnovato centralismo della Curia, lo scandalo dello Ior e l’aver lasciato che in Curia, nonostante avesse egli stesso più volte denunciato i preti stupratori, si insabbiassero troppe pratiche sugli abusi sessuali.
Tuttavia, le luci e le ombre non sono riuscite a bloccare la sua beatificazione, un primo passo verso la santità, e soprattutto a minare la popolarità di Karol Wojtyla, un Papa ammirato da tanti, cattolici e non, colpiti dalla sua personalità che l’ha reso un personaggio di spicco del secolo passato, un personaggio che sarebbe riduttivo vedere semplicemente nel suo ruolo di Pontefice. Un ruolo, peraltro, che grazie a lui si è evoluto, seguendo i cambiamenti del mondo.
Ed eccolo allora a vestire i panni del Papa globetrotter, a viaggiare per il mondo, raggiungendo terre mai visitate da un Pontefice, colpendo anche così l’immaginario collettivo.
Una personalità forte e decisa, quella di Papa Wojtyla, che si è subito imposta al mondo sin dal giorno della sua elezione, con quel suo primo discorso da Pontefice: “Non abbiate paura. Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”.
Parole pronunciate dopo la fumata bianca, presentandosi ai fedeli di piazza San Pietro non sapendo ancora cosa dire, con il cerimoniere che gli ricordava di dover solo benedire, senza parlare o, al limite, dare un breve saluto. Ma ecco, il primo di una lunga serie di strappi al rigido cerimoniale della Santa Sede con Karol Wojtyla che si affaccia dalla loggia, saluta.
La folla risponde e lui parla a braccio, con accanto il cerimoniere che ripete: “Adesso basta”, mentre sin dalle prime parole si capisce che ci saranno grandi cambiamenti in Vaticano, a cominciare dall’uso dell’”io” invece del maiestatico “Noi”. Un esordio che lo rende immediatamente il beniamino delle folle mostrandone le capacità di comunicare straordinarie, perfettamente al passo con i tempi. Un Papa comunicatore, quindi, ma anche un Papa atleta, impensabile prima della sua ascesa al soglio pontificio, fotografato mentre fa alpinismo in montagna, e persino a sciare; un Papa abituato a farsi una bella nuotata e per il quale vengono allestite piscine nelle sue residenze.
Tra i tanti ruoli di Karol Wojtyla c’è quello di portavoce dei diritti umani, oltre i muri politici e culturali, tanto da portarlo a difendere la Bosnia musulmana contro i cristiani di Serbia e Croazia durante la guerra di Jugoslavia, ma anche a riconoscere lo Stato di Israele ed allo stesso tempo a condannare il muro di Sharon.
Un Pontefice destinato a varcare frontiere sino ad allora ritenute invalicabili, come la soglia della Sinagoga di Roma, la prima mai visitata da un Papa sin dai tempi dell’apostolo Pietro. Così come è accaduto con le visite ad una moschea e ad un tempio buddista durante un viaggio in Thailandia, promuovendo il dialogo interreligioso, invitando ad Assisi i leader delle religioni del mondo per pregare per la pace ed esortando tutti a convivere rispettando uomini e religioni diverse dalla propria. Già nel 1979, con l’enciclica
Redemptor Hominis, Papa Wojtyla aveva affermato che la libertà religiosa è un diritto umano e che la Chiesa si poneva “a guardia” di essa. Concetti innovativi per l’epoca, premonitori di istanze che si sarebbero manifestate negli anni a venire. E tutto il suo pontificato è stato proteso verso il Giubileo del 2000, perché, amava ripetere, “la Chiesa varcasse la soglia del terzo millennio purificata”. Di qui le sue richieste di perdono per errori ed orrori commessi in nome di Cristo attraverso i secoli, con l’immagine inedita di un Papa non più in cattedra ma in ginocchio, consapevole del fatto che non si può spargere sangue abusando del nome del divino.
Karol Wojtyla, inoltre, aveva giocato un ruolo decisivo nell’abbattimento del comunismo nell’Europa dell’Est, risvegliando le coscienze nel nome dei valori religiosi e nazionali.
Karol Wojtyla, ricordano i suoi più stretti collaboratori, guardava dritto negli occhi gli interlocutori, stabiliva un contatto che andava oltre la mera formalità e proprio questa sua ricerca del contatto con “l’altro” è alla base della sua “teologia della corporeità” che difficilmente un altro Papa riuscirà a riproporre così efficacemente come lui.
Ovunque egli andasse, ma in particolar modo in Africa ed in Oceania, non esitava ad andare contro i benpensanti ed i rigidi protocolli, abbracciando bambini mezzi nudi e donne a seni scoperti, vestite solo con gonnellini. Una spontaneità che l’ha reso popolare ed amato a tutte le latitudini. Ed il corpo, la comunicazione attraverso di esso è diventato nella fase finale della sua vita un modo per trasmettere il non dover avere paura neanche dell’infermità, che un uomo gravemente malato può vivere con dignità la sua malattia.
E proprio nel momento della debolezza, ancora una volta Karol Wojtyla ha comunicato al mondo il suo essere, prima ancora che il Papa, semplicemente un uomo in carne ed ossa, diventando la rappresentazione vivente di una Chiesa umanizzata, che non ha nulla da nascondere, anzi, facendosi testimone di Cristo proprio con il dolore, con l’impossibilità di parlare come prima eppure comunicando in maniera dirompente con il suo silenzio e la sua sofferenza. E dopo la sua morte, pur essendo assente con il corpo, alcuni hanno percepito la presenza di Karol Wojtyla persino ai suoi funerali quando il decano di allora, il cardinale Ratzinger, che sarebbe diventato il nuovo Papa, accennò alla presenza celeste dell’anima del Pontefice defunto mentre il vento scompigliava le cotte porpora dei cardinali e le pagine del Vangelo posto sulla bara.
Il prossimo primo maggio, nella festa che lo stesso Karol Wojtyla aveva voluto dedicare alla Divina Misericordia, Giovanni Paolo II diventerà Beato, e sarà ancora presente nei cuori delle migliaia di fedeli che non lo hanno dimenticato e che lo considerano già Santo.
Holiness? Good business
In Italian, in English? Doesn't matter... This tendency to make a person "holy" just because he's been pope is quite perplexing... ONE miracle enough to be made a "beato" (= "blessed", "venerable"), just a SECOND ONE and there is a full "sanctity" or "holiness". One way or the other, it's churches to the name of XYZ, sanctuaries, pilgrims, tourists, wills, testaments, endowments, donations... in terms of real estate or hard cash... of course, all strictly TAX FREE forever... a veritable bonanza for the local hotels, rstrnts, souvenir and gadget shops, candle-makers and -sellers, and especially for the priests/monks/friars who manage the place, and of the Vatican (IOR), that draws its fat percentages on it. More "saints" have been declared during the tenure of JP II (27 yrs, 1978-2005) than throughout the preceding 1978 years... isn't THAT something to reflect upon, a sign of the commercialism of our times, which even the church wants to fit in??!!!