Fatti e storie
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New York. Conversazione con Vincenzo Scotti, sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri, a margine del Simposio "Two Mediterranean Statesmen at the Helm of the U.N.: Amintore Fanfani and Guido de Marco" alla Casa Italian Zerilli-Marimò della NYU.
Parliamo con lui delle Nazioni Unite di oggi e di ieri. Di città in funzione di un processo di integrazione. Di politica estera. di rispetto delle istituzioni, e di altro ancora.
E’ a New York, come da anni in settembre, per l’apertura dell’Assemblea Generale delle Nazoni Unite. Lo abbiamo incontrato sul terrazzo coperto di uno dei tanti alberghi che sorgono sul lato est di Manhattan. Dove l’atmosfera decò si fonde con la New York di oggi, in un clima domenicale, tra la voluta lentezza di un brunch e la costante vibrante sensazione di una città che cammina. Nonostante la crisi economica che rinnova anche qui incertezze, come in tutto il mondo.
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| Vincenzo Scotti |
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| Papa Paolo VI interviene ad una seduta dell'Assemblea Generale dell'ONU presieduta da Amintore Fanfani |
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| Amintore Fanfani alla presidenza dell'ONU |
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| Guido de Marco alla presidenza dell'ONU |
“Ci siamo detti quindi – prosegue il sottosegretario – perchè non fare un seminario per approfondire questi temi e parlare anche del tema Mediterraneo cruciale per entrambi gli uomini politici?
Da Amintore Fanfani a Guido de Marco—il Presidente maltese di origine italiana—forse meno conosciuto al grande pubblico, ma non meno importante.
“Venticinque anni dopo la presidenza di Fanfani arriva quella di de Marco. E c’è una continuità importante tra i due statisti. Entrambi sollecitarono una riflessione sul metodo di lavoro alle Nazioni Unite, sul problema della trasparenza, della corresponsabilità, della democrazia al suo interno. Si avvertiva l’esigenza di uscire dall’impostazione sorta nel 1946, quando i Paesi vincitori della seconda guerra mondiale si riservarono il diritto di veto. Questa è ormai un’anomalia per un organismo che si dice universale. Pensi ad esempio al fatto che oggi l’Unione Africana non sia rappresentata nel Consiglio di Sicurezza, nonostante più del 60 per cento delle questioni che il Consiglio affronta la riguardino... Occorre una compatercipazione ampia per dare voce a tutti. E non è un caso che proprio con Fanfani per la prima volta un Papa venne a parlare all’ONU, facendo un discorso in linea con la necessità di porre al centro le Nazioni Unite come garanzia di pace.
Il fatto è che già ai tempi di Fanfani la nostra politica estera prefigurava in un certo senso un mondo multipolare, come poi si è concretizzato con la fine della Guerra Fredda. Nella visione di Fanfani – e anche de Marco – le Nazioni Unite dovevano essere non solo un foro importante di discussione democratica, ma anche ul luogo centrale di decisione politica.”Questo simposio si svolge dunque in un momento in cui è più che mai viva una discussione sulla riforma della Nazioni Unite. E non a caso guarda a questi temi dall’Europa, anzi dall’area Euro-mediterranea…
“Nella creazione dell’Unione Europea, troviamo una grande intuizione per il futuro. In fondo l’UE anticipa una tendenza di oggi. Il processo decisionale alle Nazioni Unite non può passare da due soggetti dominanti a 190 soggetti tutti uguali. Bisogna tovare un’architettura globale diversa, che si basi su esperienze nuove di governo delle gramdi ‘regioni’ del mondo. Non è immaginabile che modelli tradizionali siano perenni: stato federale o stato nazionale. Come con l’Unione Europea, qualcosa di nuovo sta prendendo progressivamente corpo, che accelera o decelera a seconda delle volontà politiche.”
Gli chiediamo di tracciare nel modo più semplice possibile i capisaldi della riforma dell’ONU che si auspica …
“Primo. Bisogna affrontare il problema di rappresentatività. Il Consiglio di sicurezza, che è il cuore delle Nazioni Unite, e l’Assemblea Generale, devono riflettere l’universalità. Ci vuole una presenza articolata al suo interno.
Secondo, occorre democrazia. Ovvero elezioni e non seggi permanenti. Un sistema che consenta una presenza alternata di tutti nel Consiglio.
Terzo, vanno trovati metodi di lavoro più trasparenti e partecipativi. Qui si pone il tema delle rappresentanze, non in nome di uno Stato Nazionale ma di una Regione, con presenze a rotazione. L’Unione Africana ha avanzato in qualche misura questa ipotesi. Anche l’Europa deve muoversi così. Non è comprensibile che mentre io sto lavorando perchè l’Europa abbia uno status particolare alle Nazioni Unite, nel contempo chiedo un seggio permanente in più per la Germania.
Quarto, va risolto il problema di accountability, della verifica delle decisioni e della loro applicazione. Tante decisioni poi restano inapplicate e occorrono meccanismi che le rendano più efficaci. Basta pensare alle tante crisi di questi anni… ai Balcani ad esempio, per vedere il limite delle capacità dell’ONU.”
La riflessione che proponete nel simposio su Fanfani e de Marco riguarda anche il fatto che entrambi questi presidenti venivano dalla regione mediterranea. E il Mediterrano va acquistando sempre maggiore centralità nela politica internazionae…
“Nel Mediterraneo le Nazioni Unite hanno un grande sfida. Quella che forse con un po’ di entusiasmo chiamiamo ‘Primavera Mediterranea’. Occorre evitare che ciascun Paese si metta in corsa per accrescere i propri spazi. Ci vuole invece uno sforzo unitario anche in termini di sostegno, di aiuto nello state-building, nella costruzione di statualità. Non di imposizione dall’esterno, ma di sostegno con un pieno riconoscimento delle individualità.
E al centro dei problemi dell’area rimane sempre naturalmente la questione palestinese—e qui riemerge la questione del ruolo delle Nazioni Unite. E’ stato importante che questa Assemblea Generale—al di la’ delle valutazioni che ognuno può fare—abbia ripreso in mano in qualche misura il tema della trattativa di pace. E’ una fida grossa. Bene o male nella situazione presente c’è anche una corresponsabilità delle Nazioni Unite a cui non ci si può sottrarre… “
E Mediterrano oggi vuol dire anche bacino di ampie migrazioni…
“Certo. E proprio a questo riguardo abbiamo avanzato un insieme di proposte, riflessioni, iniziative sul tema della ‘nuova città’ interetnica ed interculturale, come simbolo della necessità di convivere in pace. Non bisogna giustapporre una cultura all’altra, ma favorire il dialogo tra esse. E costruire le città in funzione di un processo di integrazione è fondamentale. Perchè le città oggi sono concepite e gestite più per la separazione e la violenza, che per l’integrazione ed il dialogo. Stiamo lavorando per preparare una risoluzione che riaffermi, tra i diritti umani, quello alla città—alla piena cittadinanza. E la pienezza dei diritti di cittadinanza si può avere solo costruendo una città di dialogo e di convivenza pacifica.”
Nel corso della conversazione sono affiorati diversi ricordi su Amintore Fanfani. Ci piace concludere con questo, che riteniamo particolarmente efficace ed attuale:
“Era il 1979, io ero Ministro del lavoro e Fanfani Presidente del Senato. Una mattina era prevista una discussione in aula su un provvedimento del Ministero del Lavoro.
Io ero stato in trattative con i sindacati tutta la notte, non ricordo su cosa, e chiesi al mio sottosegretario di andare prima di me. Lo avrei ragginto appena possibile, con qualche minuto di ritardo, una volta chiuso l’accordo.
La discussione era alle 10. Io arrrivai alle 10.15 ma trovai che la seduta era stata annullata dal Presidente del Senato. Fanfani aveva già scritto una lettera al Presidente del Consiglio chiedendo che io andassi in aula e chiedere scusa al Senato per il ritardo. Non era immaginabile che un ministro si comportasse così nei confronti di un ramo del Parlamento. Il Parlamento era il centro del sistema isituzionale italiano e non c’era impegno possible di un ministro che lo superasse. E quando riaprì la seduta mi disse in aula: ‘questo le sia di monito e di insegnamento. Le istituzioni vanno rispettate fino in fondo. Il Governo ha un dovere prioritario verso il parlamento.’ Non si trattava di formalismo, c’era una sostanza molto forte. Le istituzioni si fanno rispettare solo se sono capaci di dare e mostrare un’immagine severa e forte di se stesse”.