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Arte e cultura

Ripensare la politica di promozione della lingua italiana

Anthony J. Tamburri (January 5, 2012)

Intervista ad Alessandro Motta, Console Generale di Chicago, sullo stato dell'insegnamento della lingua italiana negli USA.
Il Consolato di Chicago ha partecipato attivamente a Denver al recente Convegno ACTFL (American Association of Teaching of Foreign Languages dove Istituzioni) dove insegnanti, AATI (American Association of Teachers of Italian) hanno potuto scambiare opinioni e condividere esperienze.

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Console, come sta la lingua Italiana negli USA? Quali riflessioni dopo questo incontro a Denver? Quale è secondo lei lo stato dell'arte dell'insegnamento?


 
Il Convegno ACTFL di Denver ha fornito un’importante occasione per un costruttivo confronto fra tutti gli attori impegnati nella promozione della lingua italiana negli USA. Istituzioni e addetti ai lavori hanno potuto fare il punto sull’andamento dell’insegnamento della nostra lingua negli Stati Uniti, sia a livello scolastico che universitario, analizzando le criticità, i punti di forza e le opportunità di sviluppo esistenti, in funzione delle risorse e degli strumenti operativi a disposizione.
 
Il Console Generale di Chicago,
Alessandro Motta
Chicago - Grand Reading Room
University of Chicago Student
Studying in Library
(From the archives of LIFE magazine)

Firma nel novembre del 2010 per la riattivazione del Programma AP presso il Consolato Generale di New York.
Da sinistra l'ex Ambasciatore italiano negli Stati Uniti (oggi Ministro degli Esteri) Giulio Terzi di Sant'Agata, l'allora sottosegratario agli Esteri, Vincenzo Scotti, Gaston Caperton presidente del College Board e Francesco Maria  Talò, allora Console Generale a New York
La lingua italiana gode ancora di una grande popolarità negli Stati Uniti, anzi si può certamente affermare che l’interesse potenziale nei suoi confronti continua a crescere, anche di più rispetto all’interesse verso altre lingue come il francese o il tedesco, e ciò nonostante l’impari concorrenza di lingue come lo spagnolo e il cinese. Oggi l’Italiano qui negli USA non è più solo considerato come una lingua etnica ma, sempre piu’, come una lingua di grande cultura, espressione di una civiltà i cui valori sono ormai largamente condivisi in tutto il mondo occidentale. La società americana è sempre più attratta - per interesse, piacere o affari - dai rapporti con l’Italia e oramai cultura e lingua costituiscono per il nostro Paese un utile strumento di “soft power”.
 
Pertanto, direi che la lingua italiana negli USA gode di ottima salute. Piuttosto, è l’insegnamento dell’Italiano che soffre e che rischia di fare passi indietro se non adeguatamente sostenuto.
 
Si riferisce al problema della continua riduzione delle risorse?

Ovviamente sì, ma anche a quello dell’inadeguatezza degli strumenti normativi a disposizione. Ritengo, innanzitutto, che bisogna prendere responsabilmente atto della circostanza che, alla luce della situazione economica attuale, sia in Italia che negli Stati Uniti, ci troviamo davanti ad un quadro di durevoli riduzioni di risorse e contributi finanziari, tanto pubblici quanto privati (anche se questi ultimi, in realtà, in caso di ripresa economica più netta, potrebbero riattivarsi).
 
Stiamo vedendo la costante diminuzione dei finanziamenti italiani destinati - attraverso gli Enti Gestori - all’insegnamento della nostra lingua nelle scuole all’estero, così come dei fondi destinati alle attività degli Istituti Italiani di Cultura (indipendentemente dal fatto che il Governo Italiano ha di recente fatto un grande sforzo economico per sostenere la riattivazione del programma AP). Allo stesso modo, le istituzioni scolastiche ed universitarie americane, alle prese anche loro con gravi problemi di bilancio, sempre più spesso tagliano l’insegnamento delle lingue straniere e, in particolar modo, questi tagli colpiscono le lingue che sono meno sostenute finanziariamente da enti esterni, anche se magari si tratta di quelle - come l’Italiano – per le quali la domanda degli studenti non è realmente in calo (c’è quindi più una crisi di offerta che di domanda). Infine, le incertezze dell’economia (ma qui c’è  anche altro e ne vorrei parlare successivamente) stanno impedendo un reale decollo delle donazioni private, le quali dovrebbero potenzialmente provenire prevalentemente dalla nostra vastissima comunità italo-americana.
 
Oggi, quindi, ci troviamo di fronte ad una svolta fondamentale. Non necessariamente una svolta negativa. Questa potrebbe anche essere considerata come un’opportunità, dato che noi italiani siamo abituati a riformarci solo in presenza di limiti e vincoli esterni. La progressiva e inarrestabile contrazione delle risorse, infatti, comporta - a mio parere - la necessià di un ripensamento complessivo della nostra politica di promozione della lingua italiana nel mondo e, in particolare, qui negli USA.
 
Come è stato evidenziato di continuo anche al Convegno ACTFL di Denver, dovremmo superare la vecchia logica dell’assistenza scolastica e la separazione tra questo ambito di intervento e quello culturale. Non c’è lingua senza cultura e non c’è cultura senza lingua. Dovremmo integrare maggiormente gli strumenti esistenti e le poche risorse a disposizione per rendere la nostra azione più efficace. Pensare ad una politica a 360 gradi, imperniata su un’offerta di lingua italiana qualitativa, coerente, diffusa sul territorio, aperta a tutti gli studenti americani (indipendentemente dalla loro origine etnica) e continuativa a tutti i livelli di studio, dalla scuola elementare alla media, dagli studi superiori a quelli universitari.
 
Tale ripensamento dovrebbe poi riguardare anche le aree geografiche di intervento: sarebbe infatti importante privilegiare le zone e le scuole che presentino ampi margini di crescita e di “ritorni”, invece che seguire un criterio legato essenzialmente alla presenza della nostra emigrazione (in realtà oramai quasi del tutto assimilata). In questa logica di politica culturale integrata, poi, dovremmo inserire la gestione dei lettorati di italiano (magari istituendoli non nelle aree dove già esiste una sufficiente offerta di Italiano, quanto piuttosto nelle zone di provincia), nonchè completare la “filiera” con la gestione diretta dei corsi per adulti realizzati dalla rete degli Istituti di Cultura.
 
Ovviamente, però, per realizzare queste cose si deve fare i conti con una serie di vincoli strutturali e normativi che impediscono al momento di procedere a piena velocità in tale direzione.
 
Quali sono questi vincoli e come fare per superarli?
 
Mi riferisco, ad esempio, all’inadeguatezza filosofica dell’attuale normativa italiana in materia di contributi scolastici, in particolare a causa dei requisiti che limitano questi ultimi alla scuola dell’obbligo e, soprattutto, ad un pubblico, sempre decrescente, di discendenti di emigrati italiani (anche se oggi si è meno rigidi nell’applicazione di tali criteri). Inoltre, mi riferisco al fatto che qui negli USA gli Istituti di Cultura, in quanto agenzie governative straniere, si scontrano con l’impossibilità giuridica e fiscale di gestire i corsi in maniera diretta e con una logica “for profit”.
 
Ritengo urgente, quindi, confortato anche dai pareri dei tanti esperti e addetti ai lavori incontrati al Convegno ACTFL, una riforma dell’impianto di intervento in ambito scolastico ideato con la Legge 153 del 1971, lievemente modifata con il DL 297 del 1994 e disciplinato dalla “Circolare 13”, secondo una logica - almeno per gli USA - meno assistenziale e burocratica. Meno interventi a pioggia e concentrazione degli stessi in base a priorità individuate con un più diretto coinvolgimento degli uffici scolastici dei Consolati. Infine, attenzione a non favorire nell’ambito di tali interventi una proliferazione concorrenziale - invece che complemetare – di corsi di lingua e cultura italiana degli Enti Gestori, che rischiano di sovrapporsi a quelli degli Istituti di Cultura, creando confusione nell’utenza e generando mancanza di credibilità nell’insieme del sistema.
 
A questo riguardo, a me sembra che solo gli IIC posseggano le professionalità nonchè una “rete” per offrire il miglior prodotto in questione. Si dovrebbe pertanto dotarli al più presto di un quadro giuridico che consenta loro di aprire, espandere, gestire direttamente e rendere finanziariamente redditizi i corsi di lingua e cultura italiana, con logiche di mercato, come fanno in piu grande Alliance Francaise, Cervantes o Goethe, magari con un proprio “brand” comune e riconoscibile. Con questo mezzo di potenziale autosostentamento, peraltro, gli Istituti di Cultura potrebbero compensare la rarefazione dei finanziamenti dal centro e peserebbero di meno sul bilancio dello Stato.
 
Insomma, la progressiva riduzione delle risorse non deve causare un nostro ritiro dalle attivita’ di promozione della nostra lingua e della nostra cultura. Dobbiamo invece cercare di favorire quanto più  possibile una privatizzazione di queste attività, mantenendo il controllo sull’indirizzo generale, al fine di garantire qualità e coerenza dei corsi, uniformità di formazione e certificazione degli insegnanti, insomma tutto quanto è  strumentale ad attribuire un riconoscimento ufficiale all’insegnamento.
 
E il ruolo dell’AP Program di Italiano, recentemente reintrodotto dal College Board a seguito di una straordinaria mobilitazione delle Istituzioni e delle principali associazioni Italo-Americane?
 
La reintroduzione dell’”AP Exam” in Italiano, fortemente sostenuta dal nostro Governo (e stata un cavallo di battaglia del nostro attuale Ministro degli Affari Esteri, Ambasciatore Terzi), rappresenta un passaggio fondamentale e irrinunciabile, benche’ non l’unico, per la promozione della lingua italiananegli Stati Uniti. La diffusione del Programma AP costituisce uno degli strumenti più importanti a nostra disposizione, in quanto esso funge da incentivo per gli studenti e da anello di congiunzione per lo studio dell’Italiano fra il livello scolastico e quello universitario.
 
E’ quindi importantissimo che tutti - istituzioni, insegnanti, comunità nel suo complesso - si adoperino al massimo per favorire l’aumento del numero degli studenti che sostengono l’esame. Al Convegno ACTFL si è ampiamente discusso su come fare ciò, su come preparare meglio gli insegnanti, come informare le famiglie, sulle migliori metodologie didattiche, sul supporto politico della rete diplomatico-consolare e via di seguito. C’è ancora molto lavoro da fare, ma devo dire che siamo comunque soddisfatti di vedere che in questo primo anno di ripresa dei corsi di AP in Italiano, nonostante l’interruzione subita, il numero di iscritti su tutto il territorio americano ha immediatamente raggiunto il livello di prima della sospensione. Ci sembra un segnale positivo, che indica l’esistenza di ampi margini di crescita nei prossimi anni.
 
Voleva parlare della questione del coinvolgimento della comunità italo-americana?
 
C'è un collegamento diretto con quanto ho appena finito di dire. Oggi non vediamo ancora, purtroppo, una corrispondenza effettiva tra l’enorme numero di cittadini americani di origine italiana e il numero di studenti della nostra lingua. Paradossalmente, è la crescita della popolazione ispano-americana che sta sostenendo lo studio dell’Italiano negli USA (per ovvie ragioni di affinità che portano a privilegiare l’Italiano come seconda lingua straniera). Il completamento dell’auspicata transizione dell’Italiano da lingua etnica a lingua di cultura, di cui prima parlavamo, mi sembra essere la carta indispenabile per incrementare l’interesse verso lo studio della nostra lingua sul mercato USA in generale e, in particolare, presso la stessa comunita’ italo-americana, oggi forse ancora timorosa di una forma di auto-ghettizzazione.Dobbiamo quindi fare in modo di stimolare negli Italo-Americani l’orgoglio, il senso di appartenenza ad una cultura millenaria che tanto ha contribuito alla crescita di questo Paese, fare leva sul loro bisogno di un’identità originale.Sono convinto che questo sentimento esista e sia ancora forte, vista anche la partecipazione che c’e’ stata quest’anno alle celebrazioni del 150 anniversario dell’unita’ italiana tenutesi in tutti gli Stati Uniti.
 
Questo orgoglio identitario deve ora fare un salto di qualità e trasformarsi in azioni concrete, cioe’ studio dell’Italiano da parte dei giovani, iscrizioni all’APP, sostegno economico alla causa della lingua e cultura italiana e far sentire le proprie ragioni presso le istituzioni politiche e scolastiche locali. Se tutti gli Italo-Americani si impegnassero un pochino in tal senso, lo stesso loro peso come componente etnica all’interno della società americana aumenterebbe di molto.
 
Per favorire un simile coinvolgimento, noi Istituzioni dovremmo essere capaci di proporre idee competitive, offrire ragioni di impegno attraverso una maggiore trasparenza degli obiettivi e dei risultati, e facendo in modo che vi siano collegamenti immediati tra la partecipazione e i suoi ritorni: ad esempio, dovremmo far finanziare direttamente le scuole o i singoli corsi, incrementare i programmi di “adozione di scuole, classi o insegnanti”, che permettano un adeguato riconoscimento o la giusta visibilita’ ai benefattori, etc..
 
Per concludere, in questa sua visione, basata sulla concentrazione delle risorse, degli interventi ma anche degli strumenti, sembrano aver fatto il loro tempo – almeno nella loro versione attuale – molte delle attuali strutture su cui si basano oggi le politiche culturali e di emigrazione dell’Italia ?
 
A mio avviso dovremmo aprire il nostro armadio ed esaminare tutti i nostri abiti, allo scopo di conservare quelli buoni che possono ancora servire per il prossimo inverno, rammendare quelli che possono fare un’altra stagione ed eliminare quelli logori e non più utilizzabili. Fuori di metafora, i Paesi vecchi e in declino non hanno il coraggio di fare le scelte difficili. Un Paese che guarda al proprio futuro e che vuole tornare ad essere competitivo, invece, deve essere capace di mettersi in questione costantemente e di riformarsi, al fine di dotarsi sempre degli strumenti piu’ adatti al raggiungimento degli obiettivi che si prefigge.
 

Stato d'Italiano nel ovest?

Si prega di leggere questo articolo scritto in inglese dal Dott. Clorinda Donato, Catedra del The George L. Graziadio Centro di Studi Italiani presso la California State University, Long Beach. In questo articolo la Donato spiega le sue preoccupazioni e osservazioni sullo stato d'italiano nel ovest, in particolare in California.

http://www.italoamericano.com/los_angeles_news/where_is_italian.htm

Stato d'Italiano nel ovest.

l'articolo, l'ho letto. Secondo la Dott.ssa Donato, siamo nel guaio per quanto riguarda l'insegnamento della lingua madre. Qui, a New York, penso che le cose vadano meglio. Ma quando si pensa che il numero dei nostri cittadini con almeno una goccia di sangue italiano sono in molti, le richieste sia nelle scuole elementarie che nelle secondarie dovrebbero essere enormi. Ho imparato l'italiano da grande. Da ragazzza la mia scuola superiore dava solo il francese, lo spagnolo, o il latino. Ho scelto lo spagnolo perche` e` stato piu` vicino all'italiano. Adesso nella stessa scuola c'e` la possibilita` di studiare l'italiano: questa cosa e` successo perche` i genitori degli studenti hanno fatto una clamorosa richiesta per l'insegnamento. Questa cosa, secondo me, sarebbe la chiave per difondere l'italiano.