Sign in | Log in

Politics / Votare all'estero, la prima volta (2006)

All'amico contrario al voto

(September 29, 2007)

Graziella Bivona riflette sul diritto di voto dei cittadini italiani all'estero.

Tools

Nell’imminenza della scadenza elettorale del 9 e 10 aprile, parlando con amici che vivono in Italia stabilmente, ho voluto sondare il polso della situazione. In particolare ho cercato di capire cosa pensano davvero gli italiani d’Italia sul fatto che, per la prima volta, gli italiani del mondo possano intervenire alle prossime elezioni, votando anche per corrispondenza.

Quell’“anche” è volutamente rimarcato, perché mi sono resa conto dell’opinione diffusa che queste siano le prime elezioni cui può partecipare, con il proprio voto, un cittadino italiano all’estero.


Niente di più lontano dal vero: i cittadini italiani all’estero, grazie all’art. 48 della Costituzione, hanno sempre avuto diritto di voto, ma, per esercitarlo, dovevano necessariamente tornare in Italia.

Detto questo, continuo con l’ammettere che su una decina di amici interpellati, nove erano dell’avviso che fosse giusto agevolare il più possibile il voto dei connazionali che vivono all’estero, senza caricarli dell’onere - che si trasformava quasi sempre in un non voto - di imbarcarsi in un viaggio per l’Italia, il più delle volte lungo e dispendioso. L’opinione comune è che non sia giusto privare cittadini di un Paese di esprimere il proprio voto solo perché vivono all’estero, ancora di più oggi che tanti giovani sono costretti a recarsi fuori dall’Italia per mancanza di prospettive lavorative, in quella emorragia che viene chiamata fuga dei cervelli.

Solo una persona si è dichiarata assolutamente contraria al voto degli italiani all’estero e lo ha fatto sventolando una serie di motivazioni, a suo dire insormontabili. Gli italiani che risiedono fuori dal Paese non contribuiscono alle finanze dell’Italia. Non sanno quasi nulla di quelle che sono le esigenze di chi ci vive. Non conoscono a fondo la realtà politica italiana. Non hanno il diritto di scegliere un governo, se non subiscono gli effetti di quella scelta. E via motivando.

Queste righe sono dedicate all’amico contrario-al-voto-all’estero, nella speranza che possano servire a farlo meditare.


Carissimo,
inutile dirti quanto le tue parole mi abbiano rattristato. Non è stata solo una discussione “politica” la nostra. Anzi. Le tue parole hanno avuto un rimbalzo su quanto di più intimo e personale io abbia: la mia storia. Vivo negli Stati Uniti da molti anni. Qui mi sono sposata. Qui ho avuto i miei figli. Qui ho un lavoro che mi appaga pienamente. Qui ho amici che amo. Qui i miei genitori hanno cominciato a sperare in una realtà migliore di quella lasciata nel loro Paese, l’Italia, e stanno vivendo una serena terza età. Amo gli Stati Uniti per tutto quello che hanno dato a me e alla mia famiglia. Ma questo non è tutto. Amo anche l’Italia, con un amore che non si nutre del quotidiano, ma è viscerale, vissuto, intenso e profondo. Ho sempre cercato di tener vivo, nei miei figli, il loro retaggio italiano, parlando loro di un Paese che non conoscono, non avendolo mai visitato, e nel contempo conoscono molto bene, perché lo ritrovano ogni giorno nelle parole dei loro genitori e dei loro nonni. Un filo che non si è mai interrotto.

Ho parlato fin qui del mio “personale”, ma quante inesattezze nelle tue parole.

Mi viene da pensare alle parole di Luciano Violante, nel 2000, quando era presidente della Camera, citando dati e rapportandoli a cifre che danno la misura di quella che è stata l’emigrazione italiana.

Violante affermò che se consideriamo gli anni che vanno dal 1870 al 1970, sono stati 27 milioni gli italiani che scelsero la quasi sempre dolorosa strada dell’emigrazione. 27 milioni. Quasi la metà della popolazione italiana attuale.

Oggi, le persone di origine italiana che vivono all’estero sono circa 60 milioni… più di quanti non siano i cittadini che vivono in Italia. Dopo la Cina, l’Italia è il Paese la cui popolazione è più emigrata.

Questo non bisogna dimenticarlo. Mai.
E non puoi parlare degli italiani residenti all’estero, come di persone che poco conoscono la realtà politica dell’Italia, che non contribuiscono alle finanze italiane o che non hanno il diritto di scegliere un governo se, eventualmente, non ne patiscono le decisioni. Credi davvero che i cittadini italiani all’estero non conoscano la realtà politica? Una realtà che nello spazio di un nanosecondo rimbalza nel mondo, cavalcando le onde di Internet o affidandosi all’etere della Rai. Basta con la realtà di italo-qualcosa all’oscuro di tutto e che non vedono l’Italia da decenni. Ma allora sono tutte menzogne quelle che parlano degli imprenditori impegnati nei Paesi dell’Est europeo o dei ricercatori che lavorano negli Stati Uniti o dei tecnici della City londinese o dei muratori siciliani che hanno lavorato alla ricostruzione di Berlino negli anni Novanta…

Credi anche che i cittadini italiani all’esterno non contribuiscano alle finanze italiane. Pensa solo per un attimo alla tassa dell’ICI sulle case possedute in Italia, a meno che non ne posseggano una anche nel Paese dove vivono e non siano tenuti alla doppia imposizione. Ma allora bisognerebbe abolire il suffragio universale e tornare a quello censitario, che infine premiava con il voto solo i ceti più abbienti. E che dire dei diciottenni, coloro che iniziano a votare? Se lavorano bene, se no niente voto. E le rimesse? E lo stesso lavoro di diffondere la cultura, migliorando l’immagine dell’Italia all’estero?

Credo di dire una cosa certa, se affermo che solo l’Italia prevede oggi l’elezione diretta di un numero di parlamentari riservato ai cittadini italiani all’estero. Ma è anche vero che tra i Paesi democratici del mondo, solo l’Italia “vanta” un numero così alto di emigrati, che guarda caso patiscono le scelte di un governo, tanto è vero che i rappresentanti parlamentari che avranno a breve dovranno ricordare ai loro colleghi eletti in Italia i troppi diritti culturali, previdenziali, economici e sociali che non trovano spazio in Parlamento e che sono calpestati dall’indifferenza.