Politics / Votare all'estero, la prima volta (2006)
Politics / Votare all'estero, la prima volta (2006)
Massimo Gaggi risponde alla lettera di proesta di Dom Serafini.
Caro Serafini,
grazie, in primo luogo, per il garbo della tua replica. Essere punzecchiati non è piacevole, lo so, soprattutto se si sta conducendo una campagna elettorale faticosa, attraverso un intero continente. Ho citato le vicende di alcuni di voi non per criticare qualche candidatura, ma per mettere in luce quelle che, a mio avviso, sono le carenze di un meccanismo elettorale che lascia molto a desiderare. Ne ho già scritto in passato suscitando l’ira del ministro Tremaglia, ma raccogliendo molti consensi anche tra le forze politiche della maggioranza.
Oggi, alla vigilia del voto, comprensibilmente nessuno ha voglia di riaprire una discussione che può irritare una parte dell’elettorato, ma non è un mistero che anche alla Farnesina i dubbi non siano pochi. Le mie perplessità sul collegio elettorale che “si estende dall’Alaska a Panama” non dipendono dalla mia natura di giornalista di stampo “romanocentrico”, ma dalla considerazione che nessuno al mondo ha mai dato vita ad un meccanismo così complesso, costoso, difficile da gestire e controllare. Un solo Paese ha tentato qualcosa di simile e sta rivedendo le sue scelte.
In questi anni l’Italia ha pensato di poter eludere i problemi affrontati da altre nazioni - energia, deficit pubblico, federalismo, eccetera - inventando scorciatoie, soluzioni “furbe”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Paese alle corde. Eppure continuiamo con i “colpi di genio”.
Ma di questo, ovviamente, voi non avete alcuna responsabilità: i candidati non possono che muoversi all’interno delle leggi esistenti. Ti assicuro che ho molta simpatia per quelli indipendenti. Proprio perché ho seguito per qualche anno il Parlamento, so quanto sia soffocante l’eccessivo professionismo della politica.
Gli indipendenti, da questo punto di vista, rappresentano di sicuro una boccata d’aria fresca. Ma dovete rendervi conto che l’Italia vive una stagione drammatica, ha un diseprato bisogno di essere governata. E i vostri voti potrebbero anche essere decisivi. Il vostro desiderio di rappresentare esclusivamente gli interessi degli italiani che vivono all’estero è legittimo, l’”allergia” per le forze politiche che riempiono - a destra come a sinistra - l’emiciclo, comprensibile.
Ho, però l’impressione che vi manchi la consapevolezza di un fatto fondamentale: in Parlamento dovrete dedicare il 95 per cento del vostro tempo a problemi diversi da quelli delle comunità all’estero. I panni del deputato o del senatore non sono quelli dell’ambasciatore. A Roma come a Washington.
Massimo Gaggi (corrispondente del Corriere della Sera)