Politics / Votare all'estero, la prima volta (2006)
Politics / Votare all'estero, la prima volta (2006)
Passano i giorni, le elezioni si avvicinano sempre di più, di tutto si parla sui nostri media, ma la novità del voto degli italiani all’estero non sembra una tematica degna di essere presa in considerazione e le rare volte in cui se ne parla è sempre per mettere in...
... evidenza aspetti folkloristici o parziali, insomma tutto ciò che “fa notizia”, tranne che…la notizia, appunto.
Durante i dibattiti televisivi i politici appartenenti ad entrambi gli schieramenti non parlano della cosidetta Legge Tremaglia né per lodarla né per criticarla; Berlusconi a volte cita il voto all’estero nel lungo elenco di cose fatte dal suo governo, ma non si è mai soffermato per approfondire o informare. In questi ultimi mesi la carta stampata ha dedicato raramente articoli all’argomento, lasciando nella maggior parte dei casi i nostri connazionali residenti in Italia alquanto perplessi.
Basti pensare al reportage apparso su La Repubblica lo scorso 10 gennaio in cui Guido Rampoldi, recatosi tra gli italiani residenti in Argentina sin dalle prime righe manifesta la sua “difficoltà ad intendersi con l’Italia un po’ straniera che in aprile entrerà nel nostro Parlamento” non tanto per ragioni linguistiche ma perché in caso di pareggio tra Berlusconi e Prodi “le sorti potrebbero essere decise da un elettorato che non paga le tasse in Italia, parla a stento l’italiano, sa poco dell’Europa ed è stato formato dalle vicissitudini di un altro continente”. Rampoldi si chiede che fine faranno i voti degli eletti all’estero, anche alla luce della dichiarazione di Luigi Pallaro, candidato in Sudamerica, che spiega, parlando a nome di tutti i candidati all’estero, di non potersi permettere “il lusso di stare con l’opposizione”, che “il gioco si gioca così” ed in caso di vittoria del centro sinistra tutti e 18 parlamentari staranno con Prodi; alcuni gli voteranno la fiducia, altri no: ma all’occorrenza gli presteranno i voti in cambio di una attenzione particolare per gli italiani all’estero”. Alla fine dell’articolo si giunge alla conclusione che “i cinque o sei parlamentari che saranno espressi dall’America Latina non dovranno ‘fare politica’ ma cercare di strappare vantaggi concreti per le associazioni, i patronati, gli emigranti o i loro discendenti” . E “che poi si alleino con Prodi o con Berlusconi potrebbe essere meno rilevante”.
Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda è l’articolo apparso sull’Espresso del 9 marzo di Marco Damilano il cui titolo, però, suscita nel lettore una sensazione non proprio positiva: “Onorevole Little Italy”. La speranza di poter andare oltre i luoghi comuni si arena già alle prime righe quando l’autore ci mostra gli italiani all’estero “tutti a caccia di un biglietto per Montecitorio o Palazzo Madama, nello stupore dei loro attuali connazionali che la vivono come l’ennesima, pittoresca trovata del genio tricolore”. Damilano parla delle liste che sono “lo specchio dell’Italia da esportazione”, ma che poi, alla fin fine, riflettono anche la nostra Italia di qua, con medici, giornalisti, imprenditori, proprietari di ristoranti. L’unica differenza, non trascurabile per il giornalista, sono i “nomi da cartolina anni Cinquanta: Augusto Sorriso, Toni Cardillo. Qualche punta di eccellenza e tanti candidati very glocal: trapiantati nel mondo, ma con il cuore lasciato al paesello”. Insomma, il folklore domina inesorabile. Anche qui si spiega che per i nostri connazionali all’estero il partito non conta niente, decisivo è il rapporto personale, fortificato attraverso pranzi, cene, feste patronali: “la scorsa settimana –racconta Damilano- i baresi di Palo del Colle ne hanno organizzata una per padre Pio a Quebec City, con il candidato dell’Unione Giovanni Rapanà in prima fila”.
E si parla di candidati che macinano chilometri in macchina alla ricerca di consensi, di accordi, scambi di pacchetti di preferenze, cordate, rivalità ataviche. “Uno spettacolo: chissà l’invidia di Mastella”, conclude Damilano, come se parlasse di realtà mai viste qui in Italia. E ce n’è anche per il Ministro Tremaglia descritto come un settantanovenne “globetrotter”, un “novello eroe dei due mondi, che presenta dalle Antille al Mar Baltico una lista che porta il suo nome, ‘Per l’Italia nel mondo con Tremaglia’”.
Damilano ritiene degno di citazione il fatto che un candidato della lista Tremaglia in Sudamerica nei comunicati fa precedere al suo nome i titoli ‘Cav. Gr. Uff.’, “come i dirigenti aziendali nei film di Fantozzi”, trascurando il fatto che Fantozzi sia una creatura nata in Italia, non oltreoceano. Altro aspetto decisivo e degno di menzione è il fatto che in caso di vittoria ‘Gianburrasca’ rappresenterà in Senato gli emigrati in Europa.
Da non trascurare è anche il problema della situazione delle cosiddette “liste fai-da-te”, con candidati “fatti in casa, già pronti alle trattative di Montecitorio, e almeno in questo buon sangue italico non mente”. Esempio di queste liste è, secondo Damilano, il giornalista Dom Serafini, abruzzese di Giulianova, candidato al Senato in una lista personale, con chiari intenti: “Il deputato estero non deve farsi coinvolgere nelle beghe della politica italiana. Deve cercare di spremere del succo per la causa estera anche da stanziamenti e leggi che riguardano gli italiani d’Italia”. Insomma, un articolo che dipinge un quadro inquietante con i nostri connazionali all’estero “in speranzosa attesa di spremerci”, certi di trovare qua il paese del Bengodi, pronti a fare “avanti e indietro sull’Atlantico nel week-end per curare il collegio, a spese dello Stato”.
E riguardo la candidatura di Rita Pavone, che ha attirato l’attenzione dei media sul voto all’estero ma solo per un aspetto superficiale, Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera Magazine dello scorso 16 marzo, pur riconoscendo a Tremaglia “l’onestà intellettuale, la disponibilità umana, l’apertura mentale e la rara capacità di portare rispetto agli immigrati”, non può esimersi dal criticare questa decisione che “perpetua l’equivoco che gli italiani che vivono fuori dall’Italia siano ancora così digiuni degli affari italiani da aver ancora bisogno di attaccarsi alle solite cose: il basilico sul balcone, il quadretto di San Filippo d’Agira, i do di petto di Albano o, appunto, l’ammaccata ‘ragazza yè-yè’”.
Incisiva, come sempre, l’analisi di Sergio Romano sul Corriere del 31 marzo, scevra da facili ed ovvie ironie, una riflessione che cerca seriamente di chiarire cosa accadrà nella politica italiana. Romano si chiede che cosa faranno del loro voto, a Roma, i parlamentari degli italiani all’estero e cita, ancora una volta, le dichiarazioni del candidato argentino, Luigi Pallaro, senza però criticarlo, anzi, dandogli ragione, dal momento che “se il suo collegio è in Argentina, il suo principale obiettivo non è la soluzione dei problemi della madrepatria, ma la soddisfazione delle esigenze dei suoi elettori”.
Romano cerca anche di capire quali siano le concessioni che i parlamentari degli italiani all’estero sperano di ottenere dal Parlamento italiano. Citando un programma elettorale trasmesso da Rai International Romano parla di alcuni candidati dell’America Latina che in un italiano esitante, zoppicante e pieno di ispanismi promettevano agli elettori la pensione sociale (un assegno mensile per ogni italiano all’estero, indipendentemente dai contributi versati), assistenza sanitaria, rafforzamento dei consolati e del servizio di cittadinanza, iniziative culturali ed educative. “Mi chiedo –continua Romano- se tutti si rendano conto della differenza esistente fra ciò che un governo ha il diritto di fare in patria per i propri cittadini e ciò che può legittimamente fare all’estero per i propri emigrati.
Vi sono Paesi (Australia e Canada per esempio) che non hanno alcuna intenzione di tollerare la nascita nel loro territorio di comunità ‘extraterritoriali’, vincolate da rapporti di lealtà e dipendenza con uno Stato straniero”. Questi vincoli, conclude Romano, “sembrano confermare che nessun partito politico italiano, nella prossima legislatura, potrà illudersi di fare totalmente conto sui rappresentanti degli italiani all’estero, anche quando sono stati eletti su una lista che porta il suo nome”.
La nostra speranza è che la seria riflessione di Sergio Romano possa suscitare un dibattito costruttivo ed aiuti la maggior parte degli italiani a capire cosa accadrà con la Legge Tremaglia, una legge ancora troppo sconosciuta.