Politics / Votare all'estero, la prima volta (2006)
Politics / Votare all'estero, la prima volta (2006)
Nel sondaggio che da qualche giorno appare sul sito di America Oggi (www.americaoggi.info), trovate questa domanda: indipendentemente dai partiti, i candidati del Nord America ti sembrano rappresentativi? Ben il 77,5% ha finora risposto di no.
Molti amici che hanno ricevuto in questi giorni la busta con le schede elettorali, fanno tutti la stessa domanda: “Stefano, ma chi sono? Come faccio a fidarmi? Tu chi conosci?”
Il voto segreto quindi diventa una ipocrisia. Chi riesce a distinguere un candidato dall’altro, diventa spesso la preziosa fonte di informazione per amici e conoscenti che non sanno che pesci prendere.
E’ vero, non sono riusciti a farsi riconoscere questi candidati, ma come avrebbero potuto? La circoscrizione è gigantesca, le risorse che ci sarebbero volute per coprirla enormi. E poi nel regolamento elettorale c’era il divieto di spendere piú di 50 mila dollari. Come per dire: gli elettori all’estero possono scegliere, ma tra candidati a scatola chiusa.
Io ho votato, ma perché conoscevo bene i candidati che alla fine ho scelto convinto. L’alternativa, mettere soltanto una croce su un simbolo. Lo avrei fatto? Da italiano residente negli Stati Uniti da ormai quasi quindici anni, dare il voto ad un partito per eleggere poi come rappresentante qualcuno di cui non so nulla, sarebbe stata una scelta difficile da compiere. Allora comprendo l’imbarazzo di chi ha votato senza esserne convinto o chi invece la busta non l’ha imbucata e pensa seriamente di astenersi. Dopotutto, nelle elezioni fondamentale non è il partecipare, ma essere convinti di saper-poter scegliere. Se non si riesce a farlo, perché rischiare?
Lunedí 27 marzo ho assistito e partecipato alla seconda tribuna politica tenuta qui a New York, organizzata dall’Associazione corrispondenti italiani all’estero all’Hunter College. La maggior parte dei candidati erano gli stessi di qualche settimana prima all’Istituto di cultura, dove in quella prima uscita mi avevano fatto una buona impressione. Questa seconda volta, invece, la performance mi è sembrata al di sotto delle aspettative, soprattutto per quelli mai visti prima.
Questa volta dovevano tutti parlare meno di se stessi, e rispondere piú alle domande dei giornalisti e del pubblico sulla situazione politica in Italia. In certi momenti, piú di un candidato ha mostrato incertezze se non totale ignoranza. Non si criticano le idee espresse su un determinato problema, ma il non aver dimostrato di averne qualcuna.
Ho chiesto a Renato Turano, imprenditore di successo di Chicago nel settore alimentare e candidato al Senato per l’Unione Prodi, cosa ne pensasse della legge Biagi, sulla flessibilitá del lavoro giovanile. Lui, imprenditore in America, che idee si era fatto nei confronti di un problema qui inesistente, e che invece sta facendo traballare un governo in Francia e porterà accesi dibattiti in Italia? La risposta, almeno quella data all’Hunter College, è stata di una banalità del tipo: “Bisogna aiutare i giovani...”.
Anche altri hanno mostrato indecisioni o poca originalità nelle loro risposte. Le piú chiare e precise sono state le due donne presenti, con Silvana Mangione per la lista l’Unione Prodi che ha confermato di essere la piú esperta, e Angela Turner di Forza Italia Berlusconi che continua a trasmettere freschezza ed entusiasmo.
Anche i candidati di Alternativa indipendente mi sono apparsi un po’ meno brillanti rispetto alla prima volta, con il canadese Antonino Massana che non capiva le domande (forse perché si era appena fatto 8 ore di macchina per arrivare in tempo a New York...). Mancava poi l’avvocato della California John Adamo, che ci era apparso tosto nella prima Tribuna. Almeno Dom Serafini, il candidato AIIE al senato, ha avuto uno scatto d’orgoglio quando ha paragonato la sua lista a quelle di carattere regionale della Val d’Aosta o del Tirolo, “non romanocentriche, ma per decenni capaci di far valere le lore istanze nel Parlamento italiano”.
Si è poi anche capito l’errore dei candidati della Lega Nord, Natale Caruso e Salvatore Rappa, entrambi siciliani. In realtà i due fanno parte del movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo. Avrebbero dovuto dare questo nome alla lista, e togliere del tutto quello della Lega di Bossi. Infatti dai dati emersi da una ricerca del professor Rocco Caporale che abbiamo appena pubblicato su Oggi7, si evince che gli elettori siciliani sono la maggioranza nel Nord America e che il voto ha molte probabilità di essere espresso su considerazione “regionali”. Caruso e Rappa avrebbero potuto avere piú chance, se solo non avessero sbagliato il nome della lista.
Angelo Vinciguerra, della lista Tremaglia, allo sfoggio delle lauree degli avversari ha ribattuto con orgoglio di essere l’unico candidato con l’esperienza “di strada”. L’immagine dell’”immigrato qualunque” gli porta simpatia nei quartieri dove si aspetta tanti voti, ma Vinciguerra è caduto nel troppo nervosismo per via di pochi secondi in piú utilizzati dalla Mangione.
Da segnalare la risposta di Salvatore Ferrigno, candidato alla Camera di Forza Italia, che ad una domanda se ritenesse giusto il recente allarme del Dipartimento di Stato sui pericoli che si correrebbero oggi in Italia, ha replicato: “Questa domanda viene fatta alla persona giusta: nell’85 all’aeroporto di Fiumicino fui gravemente ferito da tre colpi sparati da terroristi palestinesi. Io posso comprendere bene il pericolo del terrorismo”.
Quando è stato chiesto ai candidati quanti voti ci vogliono per essere eletti, è stato chiaro l’imbarazzo, nessuno puó sapere la cifra esatta. Da quello che si è capito, comunque, è che prevedendo circa 180 mila votanti, per essere letti ci vorrebbero almeno 25 mila voti per il Senato, e forse ventimila per la Camera. Così Turano si è dichiarato “già eletto” dato che, ha precisato, le liste del centrodestra sono divise. Una dichiarazione un po’ spaccona che ha dato fastidio soprattutto al candidato al Senato di Forza Italia Augusto Sorriso (che aveva insistito sul fatto che l’avvento del Centrosinistra al governo potrebbe mettere in pericolo i rapporti commerciali con gli Usa come è avvenuto per la Francia), e anche a Bernardo Paradiso, del Udc-Casini, che invece è sempre piú convinto che la gente vota per la persona e che per questo si aspetta “delle sorprese”.
Proprio su questo punto, ha fatto un certo rumore una recente e attenta analisi sul voto di Sergio Romano, commentatore del Corriere della Sera, che si concludeva così: “E’ comprensibile che un emigrato dia prova di lealtà e gratitudine per il Paese che lo ha accolto. Ma questi episodi sembrano confermare che nessun partito politico italiano, nella prossima legislatura, potrà illudersi di fare totalmente conto sui rappresentanti degli italiani all’estero, anche quando sono stati eletti su una lista che porta il suo nome.”
In Italia potrebbe forse sembrare una colpa. Per chi scrive, é invece un auspicio.