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Arts and Culture / Aldo Tambellini: The Eternal Rebel

L'Arte come missione. Anna parla di lui

LETIZIA AIROS SORIA (October 1, 2007)

Gli sta vicino da soli quattro anni ma parla di lui come se lo conoscesse da sempre. Non sta bene Aldo, deve essere operato presto al cuore e non possiamo intervistarlo, ma la sua storia così speciale va raccontata, perché pochi la conoscono.

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Anna è nata in Sicilia ed è emigrata negli Usa quando aveva otto anni. Aldo, mentre lei sbarcava in America, si trasferiva in Italia con la sua famiglia. E’ passato tanto tempo. Dopo questa strana coincidenza la vita ha continuato inesorabile il suo percorso fino a quattro anni fa.
E’ stata un’amica a farli incontrare, li conosceva entrambi, ha intuito che potevano piacersi e dopo tanta insistenza ha fatto in modo che si sentissero al telefono. Hanno parlato di arte, poesia, di Italia; questo dalle 11 di sera fino alle 5 di mattina. E’ nato un amore: "Quando poi l’ho visto, ho capito che era l’uomo per me. E adesso sono immersa nella sua arte, nei suoi lavori, nella sua storia anche se molto tragica".


Aldo Tambellini è una personalità importante che, soprattutto negli anni ‘60/70 a New York, ha vissuto la sua esperienza artistica sempre sul filo della contestazione.
Anna ci racconta l’uomo: "E’ una persona piena, viva, ha settantacinque anni ma è ancora proiettato nel futuro. Fin da giovane è stato un ribelle, sempre in cerca di qualcosa di diverso da sperimentare".
Anna ci racconta l’artista: "Per lui l’arte deve trovare nel mondo qualcosa di nuovo. Sente forte la missione di interpretare la realtà in modo alternativo. Vuole far capire le novità. Per lui l’arte è poi anche politica. Del suo ‘Black Tv’, che ha vinto l’Oberhausen Film Festival nel 1969, hanno detto che è lo specchio degli anni ’60 in America. Mentre quasi tutti raccontavano questo paese negli aspetti positivi, lui si soffermava sugli aspetti negativi".
E’ un puzzle difficile quello che cerchiamo di fare con quest’articolo. Aldo Tambellini è un personaggio molto complesso da raccontare in poche righe, soprattutto in un momento in cui sappiamo che non sta bene ed è preoccupato per un intervento a cuore aperto che deve subire: "E’ preoccupato non per la sua vita, ‘life on the edge’, ma di non concludere tutto quello che sta per creare, di non poter finire di ordinare il suo archivio di lavori".
La sua è una vita vissuta solo per l’arte, sacrificando tutto. Nato a Syracuse, NY, a soli 18 mesi andò a vivere a Lucca dove all’età di 10 anni cominciò a frequentare una scuola d’arte. Dopo la guerra la sua famiglia tornò in America, e qui Aldo continuò a studiare arte. Negli anni ’50 si trasferì a New York alla ricerca di nuove forme di rappresentazione. La sua è la storia di chi con coraggio si è avvicinato alle espressioni artistiche più nuove ed alternative, sperimentando per vedere dove può arrivare l’arte e andare oltre. Per questo suo modo di lavorare è stato chiamato al MIT , negli ultimi anni, come Fellow nel Center for Avanced Visual Studies di Cambridge (MA).
Ma lasciamo parlare di lui ancora Anna Salamone, manager, archivista e, come ama definirsi, "compagna nel cammino dell’arte". Che forma di espressione artistica preferisce Aldo?
"Si considera un pittore-scultore. Ma gli dà molto conforto scrivere. Questo perché ha avuto tante cose distrutte nella sua vita, opere, sculture che hanno anche martellato, lavori che non sapeva doveva lasciare e che sono stati buttati via. Nello scrivere ha trovato una forma che non ha bisogno di eccessiva fatica per essere conservata, che può portare sempre con sè".
E’ stato John Cappelli - giornalista di America Oggi - a segnalarci la storia di Aldo Tambellini. Si sono incontrati sulla nave per raggiungere gli Usa dopo la guerra, poi si sono persi di vista e riavvicinati dopo tanti anni. (Vedi riquadro)
"Grazie a John Aldo ha cominciato a scrivere. Sto lavorando al suo archivio immenso, comincia negli anni ‘50. C’è tantissimo materiale, lettere e lettere di autorità e di artisti famosi, lavori diversi, antichi e nuovi, coraggiosi, volumi e volumi di multimedia, film… Lì dentro c’è tutta la sua rabbia, la sua energia che riesce ad imprimere con forza e vitalità, la sua contestazione".
E racconta alcuni episodi della vita di quest’artista di vera avanguardia. "Ha condotto una manifestazione a New York nel ‘67 contro i tre musei. Scriveva il giornaletto ‘The Screw’, che vendeva per dieci soldi. Con questo contestava gli artisti convenzionali, i musei e il rapporto che questi due avevano con i dealer che vendevano l’arte determinandone il valore. Era contro la supremazia del mercato. Ha regalato per questo una vite dipinta d’oro ai direttori dei musei. Ma allora ne parlò solo il giornale spagnolo il ‘Diario’. Per Aldo gli artisti non si devono comprare. Non devono essere usati per fare i soldi perché hanno una grande missione".
Il suo animo ribelle non era dedicato solo a tematiche artistiche, per esempio: "Organizzò una grandissima manifestazione contro la guerra in Vietnam. Lunga più di un chilometro partì dal suo teatro nella Lower East Side. Lo accompagnarono alcuni personaggi del Leaving Theater con tamburi, mentre Aldo aveva realizzato una croce enorme e c’erano persone che facevano finta di essere morte".
Negli anni ‘70 si avvicinò anche alle battaglie per i diritti degli italoamericani contro le discriminazioni. "Quando vedevano due artisti italo americani di solito tutti dicevano: ‘Mafia’. Filmò il lavoro dell’Italian American Civil Right League. Fred Gardaphe, professore di studi italiani della NY State University di Stony Brook, sta cercando di organizzare una conferenza con questo materiale. Ma sono film molto vecchi e difficili da trattare".
Aldo Tambelli, uomo e artista controcorrente fino in fondo. Anna racconta ancora:
"Si è sentito sempre italiano. Era italiano anche se non è nato in Italia.
Lui negli anni ‘70 veva deciso di fare un loft show insieme ad altri artisti. E’ stato lui il primo a farlo, non era mai accaduto nella storia dell’arte. In quell’occasione aveva un appuntamento con una giornalista del Village Voice per raccontare questa nuova esperienza. Prima che lei arrivasse invitò nel suo loft un gruppo di operai italiani che stavano realizzando la strada lì sotto. Erano persone semplici, del meridione, manovali. ‘Non capiamo quello che fai, ma capiamo che è una cosa buona’ gli dissero, andarono via e tornarono con tanti dollari. ‘Io non voglio soldi’ gli disse Aldo Tambellini ‘voglio solo farvi vedere cosa vedranno gli americani!’. Loro insistettero per dargli quel denaro dicendo che era un artista italiano giovane ed aveva bisogno di aiuto.
Subito dopo arrivò la giornalista che lo doveva intervistare e lo trovò commosso. Tambellini l’accolse raccontando l’episodio: queste persone forse per la prima volta avevano visto un’esibizione d’arte e avevano reagito così! Lei lo guardò e gli disse:
‘Those animals! You invited those animals?’ . Aldo senza indugi le prese la borsa per gettarla fuori dal loft, poi spinse il fotografo via dicendo: ‘ Quegli italiani sono meglio di te. Io non voglio niente da te!’. Lo fece consapevole di perdere quell’articolo e così nessuno seppe mai che fu lui il primo ad organizzare un loft show. Da allora nessuno ha mai più scritto niente su Aldo Tambellini nel Village Voice. Questo è uno dei tanti episodi che lo descrivono. E’ un uomo scomodo."
Aldo poi è andato al MIT: "Si è tolto di dosso l’oppressione dell’arte dominante. Appena a New York si diceva Tambellini tutti dicevano: no. A Cambridge ha trovato il suo spazio. Lui dice sempre che una colpa delle sue vicende proviene dal fatto che non ha avuto la sua comunità che lo ha appoggiato. Questo è vero. Quanti nostri scrittori ci sono qui in America? Quanti artisti sono italoamericani? Al MIT si è rifugiato ed è riuscito ad operare come artista d’avanguardia. Tutto questo lavorando in gruppo, in mezzo ai giovani, sperimentando novità come la realtà virtuale. Grazie a questa esperienza ha poi cominciato a scrivere anche sulla tecnologia, sulla sua impersonalità, sulle macchine che parlano con macchine, sull’umanità che si perde".
E è ancora lei a cercare di rispondere per lui ad una nostra domanda. Cosa è la cultura per Aldo?
"E’ un obbligo. Trascende ogni cosa. Secondo lui siamo obbligati a mantenerla e sostenerla. E’ un riflesso di cosa siamo. Anche io mi chiedo come possa essere così importante per lui". E Aldo ha chiaro il mondo ideale che vorrebbe per un artista. "Un mondo dove è aiutato. I suoi lavori sono conservati. Dove non ha alcuna preoccupazione se non quella di produrre il suo lavoro".
La conversazione con Anna si interrompe a questo punto perché vorremmo portarla avanti con Aldo quando starà meglio. Lei ci saluta dicendo: "Aldo è stato il primo in tante cose. Innovativo. Perché non è conosciuto come dovrebbe?"
Dentro di noi forse abbiamo la risposta, dopo averlo incontrato anche se solo poco tempo, dopo aver letto alcuni sui versi, dopo aver visto alcune sue opere: quello che ha pagato è il prezzo della vera avanguardia, quella che non segue le mode.

(Pubblicato da Oggi7 marzo 2006)