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Society / Memoria al Futuro - Remembrance Day In NYC

Per un'unione pacifica di tutte le minoranze (versione italiana)

Amos Luzzatto (January 25, 2009)
Primo Levi, ca. 1975 (Fotografia: Martin Argles)

Bisogna creare un mondo dove tutte le componenti nazionali, linguistiche, religiose, acquistino la coscienza di essere in realtà altrettante minoranze. Così la sofferenza reale del popolo ebraico, esperienza da condividere con altre minoranze, può fare della giornata della memoria una speranza di pace da costruire con un lento ma tenace lavoro e con uno spirito di fratellanza.

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La giornata della memoria è stata istituita in Italia e nel resto dell’Unione europea nella preoccupazione giustificata che la scomparsa progressiva dei testimoni che hanno vissuto personalmente la sofferenza della deportazione nei campi di sterminio nazisti possa comportare un distacco, una indifferenza e alla fine addirittura una incredulità che porta al negazionismo.

 
Le forze sociali, culturali e politiche che oggi conducono una campagna negazionista non sono le stesse che hanno dato origine alla campagna razzistica antisemitica degli anni trenta e quaranta del XX secolo; e tuttavia gli obiettivi che si propongono non sono totalmente diversi.
 
Questi obiettivi possono essere descritti in due fasi distinte.
 
Si comincia con la negazione dell’Olocausto o per lo meno con il suo drastico ridimensionamento. Le vittime sarebbero molto meno numerose. Non si tratterebbe più di uno sterminio mirato ma un episodio, riprovevole ma inevitabile, di un conflitto bellico delle dimensioni della guerra 1939-45. Si passa poi a rivendicare presunte colpe di sterminio anche da parte degli Alleati: i bombardamenti di Amburgo e di Dresda, il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki.
 
Si passa poi automaticamente agli ebrei: l’Olocausto, ingigantito e divenuto oggetto di lutto mondiale, sarebbe servito per regalare agli ebrei una terra che non apparteneva loro, a titolo di compensazione; e questo avrebbe giustificato la cacciata di gran parte della popolazione palestinese dalle sue case e dai suoi villaggi e l’oppressione spietata di quanti, malgrado tutto, vi fossero rimasti. Gli ebrei americani, poi, avrebbero operato come una lobby finanziaria ed elettorale per costringere ilo Governo degli USA a farsi strumento di questa operazione.
 
In definitiva, ritorna l’immagine di una potente cospirazione ebraica, degli ebrei come persecutori. Si trasforma così il conflitto medio-orientale da un problema politico localizzabile – per poter essere risolto con mezzi politici – a un conflitto ancora una volta razziale, ma presto addirittura religioso, e, come tale, non componibile.
 
Il processo di decolonizzazione e probabilmente anche quello di globalizzazione dell’economia hanno poi fatto esplodere, nei Paesi ex coloniali, nuove povertà con distruzione di secolari tessuti socio-economici, con grosse migrazioni spesso clandestine e con la comparsa in molti Paesi europei di minoranze allogene consistenti e tendenti ad aumentare.
 
Per tutte queste si pone un vecchio problema, già vissuto dagli stessi ebrei: come trovare l’equilibrio fra la necessità di integrare queste masse nella società “occidentale” e l’esigenza di salvaguardare la loro identità culturale e soprattutto religiosa. Sia pure sotto altri aspetti, questa necessità non è radicalmente nuova. E’ più facile ignorarla che non cercare di risolvere le tensioni che derivano da una cronicizzazione di questa situazione di masse residenti nel territorio e tuttavia sentite come straniere. Ed è anche facile porre l’alternativa fra una completa loro assimilazione, persino religiosa, alla popolazione europea residente, - e la loro espulsione. Come era successo per gli ebrei.
 
Come può essere utilizzata in questa situazione la giornata della memoria?
 
Si tratta evidentemente di fare tesoro della triste esperienza dei secoli passati, cominciata con l’isolamento, la ghettizzazione degli ebrei, le interdizioni, gli stermini dei Crociati o dei Cosacchi nel 1648 e 49, le espulsioni dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Spagna e alfine l’Olocausto nazi-fascista, per domandarci se qualcosa dell’esperienza più recente non potrà suggerirci una strada per uscire da questo tunnel evitando il ricorso alla violenza.
Può essere che un primo suggerimento venga dall’Europa, laddove conflitti secolari come quello franco-tedesco si sono composti nel quadro di una unità politica superiore, anche se siamo ancora ai primi passi. Lo sforzo che molti auspicano, che l’Europa cessi di essere un posto dove si confrontano maggioranze dominanti con minoranze mal tollerate, ma dove tutte le componenti nazionali, linguistiche, religiose, acquistano la coscienza di essere in realtà altrettante minoranze. Se l’Europa sentirà di essere una Unione di minoranze, aperta pertanto all’accoglienza pacifica di altre, nuove minoranze, forse avremo imboccato un percorso necessariamente lungo ma che potrà risolvere i nostri attuali problemi.
 
La giornata della memoria potrebbe diventare la giornata dell’attualità che è fondata sulla memoria. La recente sofferenza reale del popolo ebraico, esperienza da condividere con altre minoranze, per trarne una lezione per il futuro, può fare della giornata della memoria, nel ricordo dei martiri di Auschwitz, una speranza di pace da costruire con un lento ma tenace lavoro e con uno spirito di fratellanza.