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Society / Memoria al Futuro - Remembrance Day In NYC

Cappuccino con Tullia Zevi (versione italiana)

Maria Rita Latto (January 26, 2009)
La copertina dell'ultimo libro di Tullia Zevi

Tullia Zevi emigrò negli Stati Uniti durante il Fascismo. Quando tornò in Italia si unì al Partito d'Azione e divenne in seguito giornalista per il quotidiano israeliano Ma'ariv. E' anche stata la prima donna a ricoprire la carica di presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.In questa intervista racconta, tra le altre cose, della sua vita e della sua militanza antifascista a New York.

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Tullia Zevi compirà novant’anni i primi di febbraio. Tuttavia continua ad essere un punto di riferimento importante non soltanto per la comunità ebraica italiana, ma anche per la cultura laica e progressista.

È stata la prima donna a diventare presidente dell’ Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha guidato per oltre quindici anni. Ha conosciuto e frequentato molti antifascisti, partecipato alla vita del Partito d’Azione ed è stata legata da una profonda amicizia con Amelia Rosselli, madre degli antifascisti Carlo e Nello. Da giornalista ha seguito per la stampa americana il processo di Norimberga ai gerarchi nazisti e più tardi quello contro Adolf Eichmann che si è svolto a Gerusalemme, ed è stata per molti anni corrispondente del quotidiano israeliano Ma'ariv. Una vita intensa che Tullia Zevi ha deciso di raccontare a sua nipote Nathania in un libro-intervista, Ti Racconto la Mia Storia (Mondadori, 2007), che attraversa oltre settant’anni di storia a partire dalle leggi razziali del 1938.

 
Quando le ho telefonato per prendere appuntamento mi ha risposto proprio lei in persona ed abbiamo parlato di quanto sia fondamentale sensibilizzare i giovani sul tema della memoria, degli orrori della storia che non devono ripetersi. Quando poi ha sentito che ho una figlia diciottenne che sta studiando proprio queste vicende al liceo, mi ha proposto, se credevo, di portarla con me all’appuntamento. Un’occasione unica, accolta con immenso piacere. 
 
Arriviamo a casa di Tullia Zevi nel cuore del Ghetto di Roma, a due passi dalla Bocca della Verità e dall’Isola Tiberina, in un pomeriggio dello shabbath. Ci accoglie nel suo studio e non si può non notare la scrivania ricoperta dai maggiori quotidiani italiani. C’è anche una copia dell’Herald Tribune, qualche libro aperto. Tutti segni di un continuo lavoro, di un’indomabile curiosità, di un’esigenza di approfondimento. Durante la conversazione fa qualche pausa per sorseggiare un cappuccino. Inevitabile la mia domanda su come fosse la vita di un’adolescente ebrea negli anni terribili del fascismo: “Fino al 1938 non percepivamo la differenza. Certo, non eravamo cattolici ma ci sentivamo italiani a tutti gli effetti. La mia famiglia era in Italia da circa cinque secoli. Poi, con le leggi razziali, che io chiamo ‘razziste’, le cose sono cambiate, siamo dovuti emigrare. Era l’estate del 1938, noi ci trovavamo in vacanza in Svizzera. Mio padre era a Milano, la città dove vivevamo e dove lui esercitava la professione di avvocato. E leggendo il testo delle leggi promulgate proprio in quei giorni fu lungimirante, capì che non si poteva più tornare a casa, che purtroppo era necessario rinunciare a tutto, alla casa, al lavoro, agli amici, agli affetti, alle abitudini. Era un’esclusione dalla vita sociale del paese per noi che eravamo nati e cresciuti italiani. Fu una partenza senza addii molto triste”.
 
Tullia Zevi beve un sorso di cappuccino, poi continua: “Mio padre pensava di poter continuare a vivere in Europa, a Parigi, di aprire uno studio da avvocato insieme ad un amico francese. Poi però le cose precipitarono, i germi del razzismo giunsero anche là e dovemmo partire, nell’estate del 1939, con una delle ultime navi civili che salpavano dal porto di Le Havre alla volta degli Stati Uniti”. Chiedo a Tullia Zevi di parlare della sua vita a New York: ”Furono anni molto interessanti, avevo iniziato a fare l’arpista suonando in chiese e sinagoghe. Io ed i miei fratelli avevamo studiato ognuno uno strumento musicale diverso. Qui conobbi mio marito, Bruno Zevi, e ci sposammo nella sinagoga spagnola di New York. Iniziai a lavorare per una radio locale italoamericana e nei programmi a onde corte per l’Italia della Nbc”. Ancora un sorso di cappuccino, mentre le chiedo della comunità italo-americana newyorkese: “Erano molto fascisti perché là giungevano notizie filtrate dalla propaganda fascista, cose del tipo che i treni arrivavano in orario, che gli scioperi non c’erano. Mi ero unita a dei gruppi di esuli antifascisti e sentivamo il bisogno di dire la verità sul regime fascista in Italia. Commemoravamo gli anniversari dell'assassinio di Matteotti e dei fratelli Rosselli. Andavano nei quartieri italiani di New York e di altre città a distribuire materiale di propaganda. Ma spesso ci cacciavano perché ci vedevano come dei traditori”.
 
Le chiedo di raccontarmi dell’episodio delle avances fattele da Frank Sinatra, un altro episodio raccontato nel libro. Sorride e ricorda che in fondo furono dei complimenti fatti in maniera alquanto rozza da un omaccione della scorta del famoso cantante e comunque prima che lei si sposasse. Una parentesi leggera prima di tornare ancora indietro nel tempo, sul filo dei ricordi, all’Italia del 1946, l’Italia che apparve ai suoi occhi dopo sette anni di esilio negli Stati Uniti: “Mio marito era tornato prima di me perché si era unito alla Resistenza con altri esuli. Io lo raggiunsi dopo la guerra. Ho deciso di tornare in Italia anche perché la comunità ebraica era stata distrutta, annientata dal regime ed io ho pensato che il mio posto fosse qui, che fosse il mio dovere di sopravvissuta tornare a dare una mano. Ed ho continuato la mia professione di giornalista”.
 
Mentre finisce il cappuccino le chiedo se secondo lei è cambiato qualcosa dopo l’orrore dei campi di sterminio, se le future generazioni devono temere che accada nuovamente quel che accadde con la Shoah:  “I germi dell’intolleranza sono sempre in agguato. La democrazia è costruita perché si possa vigilare contro i regimi totalitari. Però il pericolo c’è sempre. Un grande americano, Thomas Jefferson, disse che il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza e credo che questo sia il messaggio da dare ai nostri giovani. Non bisogna dimenticare che i totalitarismi generano mostri. Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo, per questo è importante la storia, lo studio della storia, la memoria. Ma soprattutto dico ai giovani: ricordate che la democrazia è un bene supremo e costa lacrime e sangue riconquistarla. ”.  

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